Quando «the voice» divenne «a vuxe» e il ricordo di quella cravatta rossoblù

Nel 1987 il cantante fu a Genova per un concerto, per il pesto di Zeffirino e al Ferraris divenne genoano

L'esordio di una delle sue più celebri canzoni dice: «Come fly with me, lets fly lets fly away», vola con me voliamo via insieme e per quelli che hanno un suo disco a casa o che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo dal vivo in giro per il mondo o in quella purtroppo unica data genovese della sua carriera, 1987 il Palasport quale cassa acustica indegna e dispersiva di quella sua voce ferma e morbida, lui è rimasto sempre lì, soffia nella musica del vento come tutti gli artisti grandi e veri che, definitivamente, per fortuna, non ci abbandonano mai.
Oggi Frank Sinatra festeggerebbe novantadue anni, e poco importa se da quasi due lustri canti altrove dove probabilmente riscuoterà lo stesso successo, forse oggi avrebbe voluto cantarsi, perché se ti chiami Sinatra non puoi senz'altro permetterti che lo facciano gli altri, «Happy Birthday to you» né a Malibù o a Las Vegas ma dal suo amico Luciano Belloni alias «Zeffirino» di via Porta degli Archi, magari davanti ad un piatto di «Paffutelle», sorte di pansôti al basilico che lo chef genovese creò in suo onore. Genova e quello che sarebbe diventato una delle star più famose di tutti i tempi furono legati agli estremi della parabola umana ed artistica del grande «crooner».
La madre Natalina Garaventa, classe 1896 nacque a Rossi di Lumarzo, minuscolo nucleo della Valfontanabuona rinominato eloquentemente a fine 800' «il paese degli americani». Il suo nome venne subito storpiato in «Dolly» appena superata Ellis Island, l'isolotto all'ingresso della baia di New York dogana umana delle centinaia di migliaia di immigrati che all'inizio del 900' s'imbarcavano su quei piroscafi oceanici resi celebri dai romanzi di viaggio di De Amicis e Salgari e che dalla nostra città riversavano nel nuovo continente dopo settimane di navigazione sogni, speranze ma anche disperazione e neglette frustrazioni di migliaia di genovesi. Unitasi in matrimonio con Antonio Sinatra, ex-pugile dilettante catanese e stabilitasi ad Hoboken, cittadina qualsiasi del New Jersey, diede alla luce con parto difficile e pericoloso il 12 dicembre del 1915 Francis, che rimase l'unico figlio della coppia.
In un'intervista del 1986 Sinatra dichiara che il suo rapporto con l'Italia è «di amore-odio»: «odio perché è stata una patria ingrata che aveva costretto i miei genitori a emigrare verso uno squallido quartiere di una cittadina del New Jersey. Ma c'è anche posto per l'amore, perché in fondo le radici non si dimenticano mai, e a settant'anni era giusto ritrovarle».
Il legame con la terra materna ricominciò all'inizio degli anni sessanta quando Sinatra, già celeberrimo, adorava frequentare Portofino come tutto il jet-set americano dell'epoca, ma fu nella seconda parte della sua vita che superò quel timore di Genova trasmessogli forse con l'incoscio distacco con dalla nostra città. Testimone di questo suo voluto riavvicinamento fu proprio l'amico Zeffirino che così ricordò quegli anni:
«Nel 1976, in occasione del Benvenuti-Griffith, disputatosi al Madison Square Garden, N.Y., siamo andati, dopo il match, a Las Vegas, in un locale di Frank Sinatra. E lì è avvenuto il primo incontro con “The Voice”. È stato un incontro che non dimenticherò mai. Venimmo, i miei fratelli e io, presentati a Frank il quale ci assicurò, dovendo recarsi in Europa a cantare, che sarebbe venuto a trovarci. Scese all'Hotel de Paris di Montecarlo. Noi ci accordammo con lo chef dell'albergo e gli portammo il pesto. Poi, il 14 agosto 1984, atterrò qui in elicottero e ci onorò di una visita. Venne con la moglie Barbara, con Roger Moore, la figlia e due “gorilla”».
Era esigente Frank Sinatra culinariamente parlando?
«Voleva sempre il meglio del meglio. Si fidava solamente di mio fratello Gian Paolo. Ogni volta che arrivava in Italia, lo chiamava ed egli doveva organizzare una postazione di cucina nel camerino del cantante».
Dopo il primo incontro, lei è tornato in Nord America?
«Sì quella volta che il cantante si mise in testa di produrre il pesto su larghissima scala, alla statunitense. Siamo andati, i miei fratelli e io, a Palm Springs e abbiamo ritenuto che sarebbero occorsi non meno di sei mesi per coltivare il basilico prima di poterlo cogliere e adoperare in cucina. Gli organizzatori americani stabilirono che due mesi sarebbero stati sufficienti. Noi ce ne siamo andati. Ebbene: hanno seguito la strada che avevano deciso di scegliere e dopo due anni hanno chiuso bottega».
Ma com'era, se così si può dire, Frank Sinatra in privato?
«Innanzi tutto era una persona inavvicinabile. Ma questo a causa della sua fama. In ogni caso vedeva il gruppo familiare Zeffirino come una famiglia unita e questo lo rendeva felice, ci ammirava molto. Ogni due mesi gli mandavamo il pesto a Malibù, dove si era trasferito. Il contenitore era costituito da una graziosa casetta di cristallo, il cui tetto faceva da coperchio».
Nel 1987 durante la sua penultima tournée italiana inserì proprio Genova quale terza tappa dei suoi concerti e, considerando gli altri due teatri dell'evento, l'Arena di Verona ed il Palatrussardi di Milano, non si fa fatica ad immaginare come quasi Sinatra «impose» Genova ai suoi organizzatori.
Grazie ai pochi giorni trascorsi qui scoprì il centro storico, visitò per la prima volta l'abitazione della madre a Rossi, vide il Genoa giocare nel vecchio Ferraris rimanendo a tal punto folgorato dall'atmosfera che quando «The Voice» morì, la moglie Barbara, scrisse una lettera all'amico Zeffirino per raccontargli: «Frank, da buon genoano, ha voluto essere sepolto con la cravatta rossoblù».
Come cantò nella sua forse più celebre canzone «My Way»:
«Rimpianti, ne ho avuti alcuni/ Ma forse, troppo pochi per citarli/ Ho fatto quello che dovevo fare/ Ho visto tutto senza risparmiarmi nulla/ Ho programmato ogni percorso/ Ogni passo attento lungo la strada/ Ma più, molto più di questo/ L'ho fatto alla mia maniera».