Quando Walter parlava come Lenin: "Il comunismo porterà la libertà"

Negli anni Settanta Veltroni inneggiava il suo ideale con toni solenni degni delle parodie del "sinistrese"

Roma - Sarà pur vero che a vent’anni «la gioventù sorride senza ragione». Ma certo, pure aggrappandosi ad Oscar Wilde, rileggere gli scritti di metà anni Settanta a firma Walter Veltroni una certa impressione la fa. Non tanto per l’antiamericanismo viscerale o per le invettive sulla Dc, tutte cose che non potevano non appartenere a un giovane dirigente della Fgci che stava muovendo i primi e decisivi passi nel movimento. Né, a dire il vero, per l’elogio di Lenin, che pure fa a pugni con il Veltroni del new deal, quello che nel Duemila giura solennemente di non essere mai stato comunista.

Quel che colpisce di più, in verità, sono le costruzioni verbali e le immagini retoriche ripetute all’infinito, quasi ci si trovasse davanti a una delle tante e memorabili parodie cinematografiche di Nanni Moretti. Non parla di politica, infatti, il Veltroni che nel novembre del 1974 scrive il suo primo articolo sulla rivista Roma Giovani. Eppure l’eloquio è lo stesso usato da Michele durante l’ormai celebre partita di pallanuoto che fa da cornice a Palombella rossa. Tema della riflessione: «Una vita da cambiare: la droga». Con il futuro segretario del Pd che respinge la riduzione del fenomeno della tossicodipendenza «ad una presunta americanizzazione del modo di vivere dei giovani e degli studenti delle grandi città». Il punto è ben altro, perché il diffondersi della droga dipende da «una angosciosa situazione dove molti giovani sono stati cacciati dall’immoralità delle classi dominanti».

I toni non cambiano quando l’allora dirigente della Fgci passa alla politica tout court, sempre in una serie di articoli pubblicati su Roma Giovani tra il ’74 e il ’76. Tutti o quasi raccolti nel pamphlet «Il compagno Veltroni» (edito nel 2000 da Stampa Alternativa), firmato con lo pseudonimo Ilya Kuriakhin ma documentatissimo. E via con una serie di vere e proprie perle. Come quando contende a Lotta Continua la leadership del mondo giovanile. «Il nostro ruolo - scrive - è nella capacità del movimento operaio di esercitare a pieno la propria egemonia su quei settori dei giovani delusi dall’esperienza estremista». Conclusione solenne: «Solo così sarà possibile recuperare alla milizia rivoluzionaria i giovani delusi dall’estremismo». Ma il Veltroni della Fgci è anche pronto a denunciare a più riprese «l’acquiescenza all’imperialismo» di quegli Stati Uniti che in età matura amerà follemente. E, dunque, grandi feste per i «compagni vietnamiti» che «hanno sconfitto la grande potenza americana». Con tanto di elogio di Lenin: «No, non ci sono scorciatoie. Lenin diceva che “la via della Rivoluzione non è dritta e selciata come la prospettiva di Newski”. I giovani questa via hanno già cominciato a percorrerla».

In linguaggio splendidamente morettiano, pure il proclama che segue le elezioni del 15 giugno 1975 che vedono una decisa avanzata del Pci. Scrive testualmente: «Orientare la spesso generica aspirazione al rinnovamento che è presente tra i larghi settori delle nuove generazioni nella direzione dell’adesione all’ideale della società socialista è già un compito dei giorni successivi al 15 giugno». Memorabile anche l’esaltazione del «fare politica». «Significa - scrive Veltroni - edificare mattone per mattone una società nuova e partecipare al progetto ambizioso della vittoria della rivoluzione proletaria in occidente, di quella rivoluzione che noi portiamo avanti e che tutti i giovani devono vivere». E ancora: «Il socialismo e il comunismo debbono essere il progetto di più alta realizzazione della libertà, di più grande valorizzazione del lavoro come forza motrice della storia».

Il Veltroni che oggi sposta al centro la barra del Pd lasciandosi alle spalle la sinistra della coalizione aveva le idee chiare pure sulla Dc. «Per svolgere un’opera di reale rinnovamento - scrive nel giugno 1976 - occorrerebbe che la Dc condannasse se stessa per il suo passato, per l’espulsione dei comunisti dal governo dopo la guerra, per aver venduto agli americani il proprio partito e il nostro Paese». Nel dettaglio: «Penso al viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti e in sostanza all’asservimento della Dc (connivente con la guerra in Vietnam) e dell’Italia stessa al soldo ed al volere degli americani. È la storia recente della concessione delle basi Nato in Italia».