Quant’è difficile esportare senza offendere l’imam

Il miliardo di musulmani sparsi nel mondo rappresentano un mercato che fa gola: vale 500 miliardi di uero l’anno nel mondo, 54 miliardi nella sola Europa e 5 miliardi in Italia. Ma chi vuole vendere loro alimentari, cosmetici o farmaci deve fare i conti con i precetti del Corano e con la necessità di ottenere per quei prodotti una indispensabile certificazione «halal», ovvero di liceità al consumo dal punto di vista della religione islamica.
Un articolo di Carlo Panella sul nuovo numero di Espansione, domani in edicola con il Giornale, illustra l’interessante iniziativa di «Halal Italia», struttura nata proprio per verificare la conformità di quei prodotti che richiedono una certificazione ufficiale prima di poter essere consumati dai musulmani osservanti. Certificazione che, soprattutto per quanto riguarda gli alimentari e in particolare i metodi della macellazione, segue criteri quasi identici a quella che definisce «kosher» i cibi ammessi dalla legge ebraica. «Halal Italia», su richiesta dei produttori, invia un proprio documento - stilato in accordo con la Comunità Religiosa Islamica Italiana (Co.re.is.) - che definisce le linee guida per la certificazione, poi invia degli ispettori che verificano il rispetto di queste indicazioni nel processo di produzione. E questo, assicurano i responsabili, senza che sia necessario creare linee produttive separate o che venga assunto personale musulmano.