Ma quanta ipocrisia nell’indignazione per i «respingimenti»

Caro direttore,
davanti alla vicenda degli immigrati riportati nella loro patria dalle nostre forze dell’ordine una certa stampa e una certa televisione hanno tentato di aizzare l’opinione pubblica gridando allo scandalo e alla violazione di ogni possibile diritto umano. Eppure non sembra che le strade si siano riempite di folle indignate. E ancora non pare che nei bar e nelle piazze si sia commentato l’episodio scuotendo la testa e bollandolo come riprovevole. E questo non perché gli italiani non sappiano più indignarsi. Ma piuttosto perché conoscono la realtà e non il reality delle emozioni che spesso si vuole presentare come giusta indignazione.
Gli italiani sanno bene che ci sono ancora troppi problemi da risolvere con troppi extracomunitari. Sanno che prima di vederne ancora aumentato il numero è giusto aspettarsi la regolarizzazione e l’inserimento onesto di quelli già presenti. Mi è sembrato di vedere nelle facce delle persone che scorrevano i giornali indignati le stesse espressioni che vedo apparire davanti a certi manifesti politici dove vengono spinte via dai personaggi pubblicitari le parole «scomode». Certo, si è d’accordo sui contenuti, ma quel modo di presentare la questione sa di vecchio, di solita minestra riscaldata più volte, di banale slogan. Non genera indignazione, come sopra. Non genera voglia di partecipare, di agire, di prendere posizione. Nasce invece il desiderio di non perdere tempo con queste cose, di riportare attenzione alla realtà e ai suoi concreti bisogni.
Nessuno è contro gli extracomunitari. Ma oggi sappiamo che non possiamo ospitare ancora altri clandestini. La vera indignazione dovrebbe esserci contro quelli che questo lo hanno dimenticato.

Caro Don Goso, lei tocca un paio di punti fondamentali. Il primo è il distacco tra la stampa - o meglio, tra la stampa «perbene», quella che ha il diritto di essere annoverata tra la «società civile» - e il cosiddetto Paese reale. La stampa perbene non perde occasione per gridare allo scandalo per i «respingimenti»; il Paese reale, come lei osserva, non va in piazza. Non perché sia un Paese di razzisti; ma perché ha coscienza di come stanno le cose. E come stanno le cose? Qui veniamo al secondo punto. Siamo tutti consapevoli che su quei barconi che arrivano dall’Africa ci sono poveracci, disperati che ciascuno di noi vorrebbe aiutare. Ma aiutare come? Questo è il problema. È evidente che non si possono far entrare in un Paese tutti quelli che vogliono entrare. Non c’è Paese al mondo che apra le porte, indiscriminatamente, a tutti coloro che vogliono entrarvi. Per il semplice motivo che sarebbe impossibile aprirle. Tutto questo, ovviamente, l’opposizione lo sa benissimo, tanto che qualche persona onesta - come Fassino - lo ha riconosciuto a chiare lettere, dicendo che i respingimenti sono giusti, anzi inevitabili. Ma la maggior parte dell’opposizione fa finta di non saperlo e grida al razzismo, alla dignità umana calpestata e così via. Senza, peraltro, degnarsi di indicarci un’alternativa sia al respingimento, sia al caos provocato dall’abbattimento dei confini.