Quanta Italia nello scandalo inglese

di Fabrizio Rondolino

È sufficiente chiudere un giornale - e sia pure il settimanale in lingua inglese più letto al mondo - per chiudere il caso? La storia delle intercettazioni illegali a scopo di scoop appartiene soltanto all’Inghilterra (la patria dei tabloid infarciti di gossip e belle ragazze) oppure dice qualcosa anche a noi? Murdoch, l’editore di News of the World, è anche l’editore di SkyTg24, la rete all-news che in questi anni si è distinta per un’informazione moderna, accurata, precisa e, per quanto possibile, estranea alla guerra civile giornalistica che ci coinvolge un po' tutti.
Difficile dunque immaginare Emilio Carelli o Sarah Varetto intenti ad intercettare la madre di una bimba scomparsa o la vedova di un caduto in Afghanistan. Eppure un interrogativo sul più grande tycoon del mondo e sui suoi metodi è più che legittimo, e infatti il governo inglese - che pure deve a Murdoch parte della vittoria elettorale - ha subito annunciato un'inchiesta indipendente (oltre a quella giudiziaria), ha promesso di rivedere le norme sulla stampa e non ha esitato a rinviare a settembre la decisione sull'acquisto dell'ultima tranche di BSkyB, la piattaforma satellitare che il magnate australiano già controlla in parte.
In Italia, silenzio. La notizia non sembra aver appassionato né i fautori delle intercettazioni a tutto spiano, né il «popolo dei post-it» in lotta contro il «bavaglio», e neppure le vittime dei verbali e dei brogliacci che vengono regolarmente diffusi a mezzo stampa. Eppure il caso News of the World segna un salto di qualità formidabile: sarebbero almeno 4000, secondo Scotland Yard, le persone intercettate nel corso degli ultimi anni; ma si indaga anche su una rete di corruzione di funzionari pubblici e poliziotti per ottenere notizie in anteprima e documenti riservati.
Si potrebbe ironizzare sul fatto che in Italia accade più o meno la stessa cosa, salvo che a fare le intercettazioni per conto dei giornalisti sono direttamente i magistrati - il che spiega perché da noi è tutto legale e in Gran Bretagna invece si va in galera. Il paradosso può però aiutarci a riflettere non tanto sulla professione giornalistica, che appare da tempo piuttosto compromessa, quanto piuttosto sul valore e sul significato che attribuiamo alla privacy: la nostra e quella degli altri.
Capita a tutti di spiare il vicino di casa, per caso o per gioco, e l'esperienza, confessiamolo, ha qualcosa di elettrizzante. Ma nessuno si riconoscerebbe nel James Stewart della Finestra sul cortile, seduto ventiquattr’ore al giorno davanti al suo telescopio puntato sul palazzo di fronte. Eppure è proprio così che siamo diventati: curiosi in modo compulsivo, maniacale, perverso. Come se un'infezione inguaribile ci rendesse sempre più assetati e sempre più invadenti. Come se la nostra vita non ci bastasse, e per vivere dovessimo per forza cibarci della vita degli altri.
Oggi ci ripugnano i giornalisti di Murdoch che si sono intrufolati nel telefonino di una ragazzina scomparsa e tragicamente uccisa, ma ieri ne leggevamo avidamente gli articoli. Da Chi l'ha visto? ai verbali dell’inchiesta napoletana sulla P4, dai plastici di Cogne e Avetrana alle intercettazioni delle ragazze di Arcore, l'Italia è preda di un voyeurismo compulsivo e violento, che con la libertà d’informazione e il diritto ad essere informati ha davvero poco a che fare.
È una questione di pudore: non per caso si va in giro vestiti; se tutti camminassimo nudi per strada, saremmo presto sopraffatti dal disgusto. Invece non riusciamo più a provare disgusto quando la telecamera fissa ottusa lo sguardo sbarrato di un uomo cui sono appena morte la moglie e la figlia, o quando pagine intere di giornale riportano le confessioni intime, gli sfoghi o un banale dettaglio privato riguardante questo o quell’uomo politico (di solito sempre lo stesso).
L'altra faccia del voyeurismo è naturalmente l'esibizionismo. Tutti guardiamo Grande Fratello e tutti (o quasi) vorremmo prendervi parte: la tv è diventato l'unico strumento per essere riconosciuti - non dal grande pubblico, che si scorda subito tutto, ma almeno dai vicini di casa. Ed esibizionisti sono quei magistrati che antepongono il loro volto e le loro parole allo scrupolo dell'inchiesta e alla fatica della legge. L'importante non è partecipare, ma apparire e farsi vedere.
È dunque sulla nostra avidità (di apparire e di spiare) che dovremmo riflettere. Le censure e i bavagli sono sempre sbagliati, e nell'era digitale fortunatamente inutili. Ma il costume, la dignità, la misura dipendono da noi.