QUANTA TENSIONE IN «PRISON BREAK»

Per gli esperti, Prison Break (venerdì su Italia Uno, ore 23,15) è una serie che si avvicina alla celeberrima Lost, perlomeno sotto il profilo della struttura narrativa, della fitta rete di vicende personali intrecciate e delle tematiche perennemente «in sospeso». In effetti qualche aspetto in comune c'è (a cominciare dagli elementi di contatto tra le costrizioni di un naufrago e quelle di un carcerato), anche se il riferimento più istintivo e banalmente immediato suggerisce inevitabili apparentamenti con Oz perché lì come qui il centro della scena è occupato da un carcere, dalla dura vita penitenziale, dal dipanarsi delle alleanze o delle rancorose inimicizie tra i detenuti. Certo è che in Prison Break questa materia è trattata con maggiore complessità e almeno due piani di osservazione incrociati, uno interno al carcere (dove è detenuto Lincoln Scolfield, in attesa di essere giustiziato, e in cui si fa volontariamente rinchiudere dopo una goffa rapina il fratello Michael che tenta di farlo evadere dopo essersi tatuato sul corpo la piantina del penitenziario) e uno esterno, dove opera l'ex ragazza di Lincoln, Veronica, che di mestiere fa l'avvocato e raccoglie prove e testimonianze dell'innocenza dell'accusato in un crescendo di coinvolgimenti ingarbugliati. La fascinazione del racconto è costituita dai frequenti rimandi tra presente e passato, con un uso efficace del flash back e continui cambi di scena costruiti allo scopo preciso di tenere sul chi vive lo spettatore. La prima parola d'ordine della serie è: suspense; la seconda: tensione, e tutto viene predisposto per favorire il pathos e prolungarlo di puntata in puntata. A dire il vero, dopo un po', questa continua dilatazione degli elementi hitchcockiani sconfina un po' troppo nel manierismo se non addirittura nell'espediente furbo, e il giochino di spostare la soluzione di una scena drammatica (sovente cruda) sempre più avanti, sempre un po' più in là, sino a rimandarla alla settimana successiva (nel migliore dei casi) risulta spesso più snervante che appagante. Se si riesce a superare lo sconcerto del «brividus interruptus», Prison Break catturerà l'attenzione degli amanti di un genere eterno come è quello della fuga dal carcere, che ha illustri precedenti cinematografici e non smetterà di produrre seguiti e variazioni sul tema. Di solito uno dei modi per appurare se una serie vale è quello di verificare quanto venga curata la caratterizzazione dei personaggi secondari, in aggiunta alla scontata attenzione verso i protagonisti principali, qui impersonati dagli ottimi Wentworth Miller e Dominic Purcell. Sotto questo aspetto «Prison Break» vince la sfida senza la minima possibilità di dubbio, a tutto merito di chi ha scelto il cast.