Quante domande messe in moto da «On the Road»

Il saggio di Spadaro rompe finalmente lo steccato ideologico in cui per anni è stato rinchiuso l’autore americano

Il Dio di Jack Kerouac. I diari di uno «strano solitario pazzo mistico cattolico» è il titolo del saggio che il critico Antonio Spadaro s.j. firma sul prossimo numero de La Civiltà Cattolica. Dico subito che i punti di convergenza tra Spadaro e il sottoscritto sono due: la comune fede cattolica e l’amore per Flannery O’Connor. Per il resto, le nostre concezioni della letteratura (inclusa, credo, la stessa Flannery O'Connor) sono parecchio distanti. Lo dico perché quelle che seguono non appaiano parole di parte. Oltretutto, di sdoganamenti e di battesimi (che sono anch’essi sdoganamenti, quando non si tratti del S. Battesimo) non se ne può più, anche perché a gestirli sono di solito coloro che, prima, li avevano osteggiati.
Lo stesso titolo del saggio di Spadaro non mi piace: quattro aggettivi (tra cui due non-dicenti, quali «strano» e «pazzo») per circoscrivere il cattolicesimo di Kerouac sono la morte dello stile. Diari di un cattolico, punto e basta. Ciò detto, voglio anche dire che Spadaro ha fatto benissimo a scrivere questo saggio, che apre una breccia su una delle grandi vergogne della cultura italiana: la recinzione dei fatti d’arte e di pensiero nel chiuso di un sistema che abilita solo certi a parlare «ufficialmente» di un autore o di un artista o di un periodo, attribuendo indefettibilmente a questo o quello una proprietà ideologica che nulla ha in comune con il pensiero e l’espressione artistica.
Per cui, per dirne una, decenni di consuetudine hanno abilitato una e solo una persona, Fernanda Pivano, a parlare di letteratura americana, a darcene la versione corretta, a trasmetterci insomma l’immagine «giusta» di quel Paese, delle sue contraddizioni, dei suoi sogni e dei suoi bruschi risvegli. Così fu della «beat» generation, che questa cultura delle quote-parte attribuì a quel mondo fricchettone ed estetizzante (in verità molto ristretto) tutto vita spericolata, sesso, droga, filosofie orientali, che mette insieme Kerouac, Ginsberg, John Coltrane, il concerto di Woodstock, Jim Morrison. È la stessa cultura che per tanto tempo impedì di parlare di Pasolini «cattolico» e relegò Guareschi nella non-cultura in quanto «fascista», ostacolando chiunque volesse semplicemente occuparsi della sola cosa che conti, ossia la verità.
Per quello che mi riguarda, sono completamente d’accordo con lo spunto che muove le parole di Spadaro. Rinchiudere uno scrittore in una maniera (e il beat è una maniera, che come tutte le maniere - anche il cattolicesimo ne è pieno - conta tra le sue schiere soprattutto nostalgici e disadattati) significa privarlo della sola forza di cui dispone.
Kerouac fu senza dubbio uno scrittore cattolico di formazione e religioso di natura. Quando, all’età di tredici anni, acquistai On the Road, leggendolo di nascosto per paura che i miei lo scoprissero, ero sicuramente uno scemo - anche perché i miei erano ben contenti che io leggessi, e il conflitto generazionale con i suoi divieti era una mia invenzione allo scopo di eccitarmi.
Però io giuro che la tensione religiosa che ne ricevetti fu molto precisa: non una vaga spiritualità, non un’ubriacatura panteista, ma la ricerca dell’unico bene, di cui nulla sapevo ma della cui esistenza fui reso certo grazie anche a quel libro. Non so se bastino le citazioni di Spadaro a definire «cattolico» Kerouac. Però si può essere cattolici non solo nelle risposte, ma anche nelle domande. Io ne sono certo, perché è nel cattolicesimo che ho trovato, un anno più tardi, la risposta alle domande che Kerouac aveva acceso in me.