Quante vite ci vogliono per battere la solitudine

Un autore esordiente, Francesco Amato, si cimenta con il tema della reincarnazione. Ne esce un romanzo molto «new age» ma ben scritto.

Quanto dura un amore? Tutta una vita? E se durasse per centinaia di anni invece, vita dopo vita? Se il legame tra anime fosse qualcosa di eterno? Questa domanda è alla base di molte religioni, tra cui il buddismo, e di moltissime trame letterarie e filmiche. Tra i libri si potrebbe ricordare Antiche sere di Norman Mailler, oppure l'Orlando di Virginia Woolf. Sul versante cinematografico l'esempio più recente è Birth- Io sono Sean, interpretato da Nicole Kidman, in cui un uomo torna in vita e fa di tutto per ritrovare la sua ex moglie. Peccato che quando riese nella sua impresa lui è ancora un bambino e le provoca un tremendo chok. Bene il tema ritorna anche in Kesa. Alla fine della solitudine (Adea edizioni, pagg. 200, euro 15) di Francesco Amato, un esordiente italiano, che si diverte a calare il genere in salsa Milanese. La trama è “semplicemente complicata”: Mira (fascinosa quarantenne) incontra ad una cena da amici Massimo, un ragazzino dodicenne, che vedendola è improvvisamente travolto dal ricordo delle vite passate. Un colpo terribile per un giovane ancora immaturo. Sarà Mira stessa, riscoperta la vera essenza di Massimo, ad accompagnarlo, con un tremendo sacrificio, ad una scoperta graduale della verità. Al di là della trama però è lo svolgimento narrativo a essere bello ed equilibrato, portato avanti con maestria, soprattutto prendendo atto del fatto che lo scrittore è un assoluto esordiente. Quindi la scelta di un testo di genere, un poco new age ma comunque molto leggibile, conta meno del potenziale dell'autore. Magari il panorama letterario italiano gli darà occasione di crescere
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