Quanti delitti senza colpevole nella segreta Genova dell’odio

All'ombra di una Genova tradizionalmente distaccata e seriosa ha sempre vissuto un vasto intreccio tra crimine e mistero. Di conseguenza la città è spesso diventata fonte di curiosità e suggestioni così ispirando artisti, romanzieri e fiction televisive. Ciò ha poi contribuito, almeno per determinati quartieri, ad alimentare quel tanto di fascino che produce originalità ed aumenta l'interesse. Dai labirinti del centro storico e dell'angiporto salgono ancora gli echi di tante vicende, mentre antichi palazzi, piazzole e vicoli sono rimasti intatti testimoni di intrighi e delitti, diversi persi nel tempo, altri lì ripetutisi in epoche più recenti.
Dalla nostra ultima ricerca sui delitti insoluti sino ad oggi, esce confermata anche per tutta la Liguria una buona posizione nel noir nazionale con ovvia prevalenza genovese.
Antichi delitti senza colpevole. Sui crimini passati troviamo solo traccia in pochi documenti di archivio, qualcosa si ricava dai racconti spesso diventate leggende, da diversi libri d'epoca ormai estinti e non più rintracciabili tolto qualche esemplare quale «I delitti di vico Squarciafico» (scritto nel 1920 dall'ex commissario di polizia Sileo) o «Il delitto di Salita Pollaioli» ancora recuperabili presso la Biblioteca Berio.
Soccorre la raccolta del vecchio quotidiano «Il Caffaro» assai ricco di cronaca. Giovani autori, poi, ogni anno presentano al Festival della letteratura del crimine (presso Satura in Genova) lavori che in qualche modo riprendono fatti passati: si tratta, però, di storie romanzate e come tali non fonti rilevanti. Discrete opere sono risultate «Il cadavere di piazza Banchi» di Ragni (Edizioni Fratelli Frilli), «Il mostro di Bargagli» del De Felice, «I mostri di Borgoglio» ed altre.
Di certo è che sicari e rapinatori imprendibili, agguati misteriosi e vendette oscure, seriali anonimi (sessuali o per rapina) hanno sempre segnato una costante quotidiana in tutti i quartieri (particolarmente della zona bassa) di Genova. Ne abbiamo spesso parlato anche in diverse nostre precedenti pubblicazioni anche su questo quotidiano.
Ovviamente la presenza del porto contribuì ed aiuta lo sviluppo di attività e traffici illeciti: mercanti e contrabbandieri, prostitute e lenoni, ladri e malfattori di ogni risma furono nei secoli gli autentici padroni delle banchine e di tutta la zona circostante (angiporto e città bassa). Ancora oggi dagli scavi, riemergono testimonianze di aggressioni o regolamenti di conti sotto forma di ossa spezzate e teschi fracassati e certamente non tutti addebitabili alle frequenti i pestilenze o guerre.
Il porto di Genova è poi rimasto nella cronaca anche per le innumerevoli fughe dal territorio nazionale: malfattori, omicidi ed anche serial killer riuscirono o tentarono l'imbarco clandestino sotto la Lanterna. Molta malavita francese scappata in Italia si imbarcò a Genova verso l'America (ci riferiamo particolarmente agli «apaches» parigini che nel primo novecento sparsero terrore per la città e diversi dei quali non fecero perdere le tracce). Ricordiamo che se un commissario romano non lo avesse scovato già in cabina su di un bastimento in partenza da Genova, anche il vero serial killer di Roma (Girolimoni venne accusato ingiustamente di quei delitti) ovvero un pastore protestante ospite del Vaticano sarebbe salpato impunito. Vanno infine menzionate le fughe sotto falso nome di diversi criminali di guerra: alcuni conosciuti, altri sconosciuti e rimasti imprendibili.
Per il passato, rischieremmo però di perderci in un caos di vicende troppo complesso e poco documentato se non che da fantasie e tramandazioni semmai ben care solo al settore turistico quale fu sempre per Londra il mistero di Jack lo Squartatore.
Quindi, inoltriamoci subito verso alcuni antichi misfatti impuniti ma rimandati nella memoria popolare:
Il delitto di Vico Squarciafico: gli Squarciafico erano un'antica nobile famiglia genovese risalente al 1164 ed il vico omonimo (esistente a tutt'ora) sbucava proprio in Piazza delle Scuole Pie (zona S. Lorenzo) ove la famiglia abitava in un prestigioso palazzo.
Passaggio angusto, si snodava per qualche centinaio di metri tra bassi oscuri e postriboli di infimo ordine: oggi il passo, per motivi di igiene e sicurezza, è stato sbarrato da robusti cancelli. La sera del 13 giugno 1890 vi fu rinvenuto in una pozza di sangue il cadavere di un tale, elegantemente vestito, con un profondo squarcio da lama alla regione scapolare destra ed entrambe le mani coperte di tagli (evidente collutazione o tentativo di difesa). La tasca del portafogli era strappata ed ovviamente, priva di contenuto. Sperando di identificarlo, il morto fu esposto per i diversi giorni successivi presso la camera obitoriale del «Cavalletto» ma, tolto qualche prostituta che credette erroneamente di riconoscerlo tra i suoi clienti, nulla ne uscì. Dopo qualche tempo si presentò alla polizia certa Livia, donna della zona, e raccontò di avere lavato indumenti sporchi di sangue portatigli da tal Fiorentini Antonio che le lasciò anche un bel gruzzolo. Solo successivamente si scoprì che la Livia, amante di turno del Fiorentini, voleva solo vendicarsi dell'essere stata piantata: il suo racconto fu tuttavia considerato perché l'uomo risultò essere scomparso da Genova quasi subito dopo il fatto di via Squarciafico e comunque prima ancora che la Livia denunciasse la vicenda dei vestiti sporchi di sangue. Successive indagini rivelarono che Fiorentini era un cognome fasullo: si sarebbe invece trattato di certo Spadini di Ravenna, da tempo ricercato per contravvenzione alla sorveglianza speciale. Lo Spadini stanziava con diversi loschi compari in un'osteria della zona di via Fieschi, la compagnia era composta da toscani e romagnoli, la sua presenza in Genova coincise con altri delitti analoghi a quello raccontato e si dileguò frettolosamente dopo l'entrata in scena di Livia. Le indagini si estesero anche fuori regione, nessuno dei figuri venne mai individuato e lo Spadini probabilmente si imbarcò clandestino per altri lidi forte di quella complicità che ancora oggi sa offrire la fauna malavitosa dei bassifondi nostrani.
Carnevale di sangue. Maschere e travestimenti ricorrono nella millenaria storia universale del crimine. Nascondersi, rendersi irriconoscibili e fuggire subito sono tra le primarie necessità dell'autore di un delitto. Il tempo del carnevale, almeno in epoche trascorse, è sempre stato quello di maschere, scherzi e confusione: il momento più idoneo per il misfatto e Genova si è sempre distinta per i suoi carnevali che, per altro, le provocarono un gran numero di reati impuniti. Già nel 1442 la locale Autorità intervenne drasticamente con «grida» contro l'usanza di «mimi» che, nell'allegria generale, scorribandavano per la città commettendo delitti, omicidi e stupri quantitativamente ben proporzionati a risse, vendette e rapine.
Proprio durante il carnevale del 1682, la notte del 28 febbraio, Alessandro Stradella fu ucciso da un uomo in maschera sul sagrato della chiesa di piazza Banchi. Colpito con quattro pugnalate da un misterioso sicario, i Lomellini ed i Grimani decisero così di vendicare la «offese» fatte dallo Stradella alle loro donne. Non c’è dubbio che la vittima fosse stato un grande musicista ricevuto in tutte le corti europee: in verità, fu anche ardito truffatore e seduttore incallito sino alla lezione finale.
Congiure. Se per la città si delinqueva impunemente non fu da meno all'interno dei palazzi della borghesia festaiola. Furono frequenti le vendette per «corna», omicidi passionali e congiure economiche e politiche. Quest'ultime appartengono ai periodi bui ed insieme eroici del tempo medioevale (discordie civili tra guelfi e ghibellini e lotte tra ricchi feudatari di campagna e nobiltà cittadina per interessi e supremazie di varia natura). Sospetti sui mandanti, incerti gli autori: quasi mai nessuno pagò. Degno di memoria fu il caso di Simon Boccanegra che, ospite nella casa di Sturla di Pietro Maloncello, improvvisamente accusò fortissimi dolori all'addome ed in breve rimase fulminato dal veleno che ignoti gli avevano propinato nel corso della cena.
Un oscuro delitto di Stato. Iacopo Ruffini, amico di Mazzini ed entrambi aderenti alla Carboneria, arrestato nel 1883 per la fallita rivolta insurrezionale di Alessandria, fu imprigionato alla «Grimaldina» (Palazzo Ducale»). Venne trovato morto in cella, con la gola squarciata da lama: presentava un profondo taglio netto da destra a sinistra, fu anche recuperato il coltello usato ed il caso venne archiviato come suicidio. Posto che il prigioniero non era assolutamente nello stato d'animo di ammazzarsi (anzi, il contrario), non avrebbe mai potuto procurarsi da solo una simile ferita alla gola e comunque non poteva detenere oggetti offensivi che, nelle condizioni di isolamento in cui si trovava avrebbe avuto difficoltà a procurarsi. Circa il fatto, quindi, risulta più convincente che il Ruffini sia stato ammazzato contestualmente inscenando un suicidio: la ragione sarebbe stata nel pericolo di gravi tumulti che avrebbe scatenato la sua pubblica esecuzione.
Cà delle anime. È la storia dell'albergatore della locanda ancor oggi esistente e chiamata «Cà delle anime». L'edificio si trovava fuori della grande Genova, intorno alle alture di Voltri. È raccontato che il locandiere, capo di una efficiente banda «a conduzione familiare» nottetempo fosse solito eliminare gli ospiti per poi derubarli. Si narra che il luogo sia rimasto abitato dalle anime delle vittime e si verifichino fenomeni di poltergeist ed apparizioni tra cui quella di una fanciulla in perenne ricerca del suo innamorato, sfortunato ospite di quel posto. Dell’oste e delle scomparse, nessuno mai se ne occupò: un altro che se la cavò senza pena.
Banditi e briganti. Sul banditismo nostrano è rintracciabile una nostra recente sostanziosa ricerca pubblicata sul Giornale. Riassumendo, di banditi impuniti in Liguria ne rimasero pochi: vennero tutti tolti di mezzo (ricordiamo il Musso – Diavolo della Valbisagno - Sante Decimo Pollastri, le cinque bande del Bracco). Ciò non toglie l'esistenza di altre bande locali rimaste indenni e le cui gesta anche sanguinarie si persero nella notte dei tempi. Tralasciando gli agguati sulla via del sale, viene tramandata una «banda della Ruta», una dei Giovi, una di Mulinetti (Recco). Di tutto ciò, fuori del racconto nulla di verificabile è rimasto né vi è più traccia neanche nei tradizionalmente severissimi archivi parrocchiali ove veniva annotata ogni cosa.
Fiumi di cocaina. Pochi sanno che l'uso della cocaina era largamente diffuso in Genova già dalla seconda metà dell'800. Prevalentemente sbarcata dai bastimenti, in breve il suo commercio divenne industria in mano ad armatori, comandanti marittimi, negozianti e locandieri le cui attività funsero da paravento della ben più lucrosa lavoro di commerciante di droga. In città si registrarono molte morti per sostanza, vicende di pazzia e violenza, rapportabili all'uso della coca. Non vennero attuate adeguate forme di prevenzione, inesistente la repressione del fenomeno e pressoché nessuno dei colpevoli del commercio e dello spaccio venne assicurato alla giustizia. Questi soggetti, non furono anch'essi criminali omicidi impuniti?
Ci volle il delitto di Salita Pollaioli (1936), quello della donna rinvenuta cadavere nel baule, per fare emergere in tutta la sua gravità il dramma «cocaina» in Genova e solo da allora si incominciarono ad adottare serie misure riguardo al fenomeno.
Durante il fascismo, certo, l'organizzazione poliziesca e giudiziaria cambierà e sarà più difficile «farla franca», diminuiranno i reati, aumenteranno le sorveglianze speciali, si registrerà un notevole calo dei delitti impuniti eppure, solo due le condanne a morte eseguite in Liguria lungo tutto il ventennio.
Anni 1944–1945. Sono i tempi dell'odio e della vendetta dove il sangue delle vittime spesso conduce anche al mero vantaggio economico. Migliaia di delitti rimangono e devono rimanere impuniti, ove non possibile provvederanno poi l'amnistia Togliatti e l'indulto Scelba. Genova e periferia si guadagneranno una buona posizione nazionale in fatto di crimine travestito da patriota: banda del Lagaccio e banda dei vitelli (Bargagli), «giustizieri di Rovegno» ed assassini savonesi (vedi «pistola silenziosa») entrano prepotentemente nell'enorme disonorevole tragedia. Il lettore certamente conosce le vicende della guerra civile anche perché ormai da tempo sono state rese pubbliche. Ne trattammo in precedenti lavori (sempre sul Giornale). Troppe vittime per nessun colpevole che, qualora avesse pur agito solo sulla spinta della suggestione politica, per le identiche modalità nei ripetuti atti delittuosi, entra a pieno titolo nella categoria dei serial killer di tipo pseudopolitico (od ideologico).
Il Centro studi Criminalistica ha sempre considerato il periodo in esame non tanto sotto il profilo storico, per altro abbondantemente noto quanto invece per l'enorme mole di materiale utile allo studio dei caratteri del seriale di natura ideologica.
Anonima omicidi a Bargagli. Stesso discorso vale per la saga di Bargagli. Il lettore conosce la storia della catena di morti ammazzati di quel posto: ci interessa solo aggiungere un accento sull'impunità di quella lunga mattanza. Vale invece riportare l'attenzione sull'ultimo delitto della raccolta bargaglina: quello della baronessa Anita De Magistris (1982). Apparentemente in linea con il modus necandi dei precedenti, di fatto mancava una specifica causale accettabile. Riteniamo possa sopperire la nostra spiegazione: ovvero, un mattoide già in buoni rapporti con il potentato locale, coglie l'occasione per ingraziarselo maggiormente e, saputo che la donna era antipatica ad alcuni maggiorenti del potentato, decide autonomamente di procedere alla sua eliminazione con il consueto agguato notturno fatto di sprangate in testa (emulazione degli stili dei precedenti delitti). Concludiamo che oggi il personaggio sia morto come la maggior parte dei componenti dell'anonima citata: ulteriore capitolo, quello di Bargagli, chiuso con protagonisti senza nome poiché innominati od innominabili.
*presidente centro studi criminalistica
(1- continua)