«Quanti errori e stranezze in quelle pagine»

Già corrispondente da Mosca per il quotidiano La Stampa, saggista, traduttrice e attenta analista della complicata politica russa, Anna Zafesova non nasconde qualche seria perplessità a proposito dell’operazione editoriale e del caso montato attorno a Educazione siberiana.
Sembra poco convinta della veridicità di questa narrazione...
«Mi riservo di argomentare meglio la mia opinione, e comunque sono in contatto con gente del posto, della cosiddetta Transnistria. Per verificare l’attendibilità di certe dichiarazioni».
Siamo in un ambito romanzesco. Però Nicolai Lilin dichiara che la sua è un’autobiografia. In che cosa mentirebbe?
«Diciamo che l’infanzia che lui racconta, in un contesto di povertà ed emarginazione, è anche credibile. Così come è probabile che conducesse allo sbocco naturale della prigione. Anche una certa realtà di bande giovanili è possibile. E’ la parte sulla mafia che non convince».
Perché?
«Rappresentanti della mafia russa ne ho conosciuti. Chi è un killer non va certo a raccontarlo in giro. Il che non toglie che abbiano tutti un modo di fare riconoscibile, dei codici di comunicazione e una mentalità particolare, anche ispirata alla mafia italiana».
Ma questa mafia è «siberiana».
«Appunto. Che cosa vuol dire siberiana? Tutto e niente. Ha visto sull’atlante quanto è grande la Siberia? E poi non esiste un’etnia siberiana, ma solo delle minoranze autoctone che con questo libro non c’entrano niente».
Dunque gli Urca siberiani non sono un popolo, una comunità precisa?
«Per niente. La parola “urca”, già usata nel linguaggio carcerario e non solo, e che si trova per esempio anche in Solgenitsin, è un sostantivo che definisce i forzati o meglio i criminali professionisti. Oggi non è più un termine molto usato».
Che altri errori ci sono nel libro?
«Moltissimi. Molti sono banali errori di geografia. Altri di storia».