Quanti fischi per l’Orfeo moderno

C'è chi dice che va rinnovato il teatro d'opera. È un pensiero condivisibile. Il primo rinnovamento sarebbe studiarla bene, farla propria con serietà, crederci. Poi, ognuno dovrebbe mostrare la fecondità dell'autore nel linguaggio che più sente suo, nella rischiosa libertà del teatro. Ma per farla vivere a fondo, non per usarne il titolo a copertura della propria incapacità di inventare. Altrimenti può sbalordire i balordi, ma corre il rischio di non venire preso sul serio. Come accade a Bologna in questi giorni con la storia di Orfeo ed Euridice.
Per i poeti d'ogni tempo, Orfeo perde la sposa Euridice uccisa dal morso d'un serpente, fra boschi e prati; fiducioso nella forza dell'Amore e della poesia, con il suo canto ammansa il custode dell'Averno e va a riprenderla nel regno dei morti, ma non riesce a rispettare la segreta condizione impostagli di non voltarsi mai a guardarla, e la perde. Mito iniziatico del limite umano mai del tutto varcato, vive fra tenebra e luce: ed alla fine, nelle due opere musicali famose, in Monteverdi Orfeo tra i beati cercherà le belle sembianze di Euridice nel sole e nelle stelle, in Gluck passerà delle note incantatrici dei Campi Elisi al rovello doloroso: «Che farò senza Euridice?».
Per Alagna, e fratelli, tenore, regista, scenografo, al Teatro Comunale di Bologna nella versione francese dell'opera di Gluck, Orphée et Eurydice, Orfeo vive oggi, perde la sposa in un incidente d'auto, la piange in un lungo funerale; l'aldilà è un obitorio con cassaforte e poi un luogo di morti appesi che Orfeo nervosamente fa dondolare.
L'opera è in parte ristrutturata. Il livello mitologico della manipolazione è facile da valutare. Per esempio, non c'è più Amore ma c'è un tale con voce grave che guida la macchina, ed Euridice, per attirare forse l'attenzione di Orfeo che non si vuole voltare, si fa porcellescamente l'autista; tutto è un viavai di automobili e di casse da morto; e dopo la seconda morte di Euridice, torna alla fine il lungo funerale e Orfeo viene seppellito nella cassa con lei.
Il pubblico partecipa accettando la brava Serena Gamberoni, il direttore Giampaolo Bisanti appassionato con eccesso di solfeggio, e persino l'imbarazzante coro; accompagnando tra applausi e ironie Alagna tenore, dalla voce sempre molto bella ma estranea alla morbidezza ed ai colori di Gluck, e alla fine seppellendolo di fischi con la famiglia. \