Quanti Pericoli nella natura

Diceva George Orwell che «arrivati a una certa età ognuno ha la faccia che si merita». Lo stesso discorso, ammonisce Salvatore Settis nella bella introduzione al catalogo dei Paesaggi di Tullio Pericoli (Rizzoli editore), vale allorché si parla di paesaggio e di paesaggi, ovvero dell’autobiografia geografica di una nazione. È ciò che in altri tempi Benedetto Croce aveva definito «il volto amato della patria», la sua «rappresentazione materiale e visibile»: e in effetti poche nazioni possono vantare un panorama così altamente storicizzato come quello italiano e in massimo grado quello delle Marche, dove lo sguardo di Pericoli si muove come a casa. Qui ogni albero, solco, collina racconta secoli di presenza umana, ne assorbe la memoria e la rispecchia. È per questo motivo che colline, valli, pianure possono essere esplorati come i dettagli del volto di un amico. La rassegna che aprirà giovedì 15 e che chiuderà i battenti il 15 gennaio alla Lorenzelli Arte di Corso Buenos Aires 2 vuole essere l’omaggio significativo che la città rende a Pericoli.
Nato a Colli del Tronto (Ascoli Piceno) nel 1936, Pericoli vive a Milano ormai da quasi mezzo secolo. Disegnatore, pittore, illustratore, negli ultimi anni ha abbinato a una ricerca sul volto umano, di cui fa fede la strepitosa galleria dei Ritratti, una raccolta di 577 fisionomie di personaggi soprattutto letterari, una ricognizione sul tema del paesaggio che si muove in fondo sulla stessa lunghezza d’onda. Perché se è vero che, come nel caso di un celebre ritratto di Beckett, le rughe sulla fronte sono come i solchi in un campo, gli occhi dei laghi e i capelli dei boschi, allo stesso modo i paesaggi si allineano come segmenti rivelatori di un qualcosa di antropomorfo colto al rallentatore. E tuttavia in questa frammentazione e in questa descrizione non c’è nulla di naturale e/o di fotografico, ma una sorta di astrazione che fa di questa serie di tele, come giustamente nota ancora Settis, «un prezioso paysage moralisé, deposito di secolari esperienze artistiche, inventive, culturali, fatto sociale e infine politico».
In passato, alla maniera dei maestri antichi, Pericoli aveva dipinto il paesaggio come una quinta alle spalle dei personaggi cui faceva il ritratto. In seguito c’era stato un periodo in cui la sua ricerca aveva dato vita a un ciclo di dipinti, da lui chiamati «geologie», ovvero sezioni di paesaggio in cui, più che alla superficie egli era interessato alle sue stratificazioni più profonde, al mistero che sta sotto la pellicola della terra. Adesso, qualcosa di quel «geologico» riemerge in questi ultimi quadri, dove il riferimento alla natura che ne ha occasionato i titoli è piuttosto lontano, nutriti come sono di segni e di materia. C’è una frase di Pessoa che Pericoli cita sempre per cercare di spiegare il tipo di lavoro che ormai da anni sta conducendo: «La natura è parti senza un tutto» dice lo scrittore portoghese. E Pericoli: «Mi chiedo: i quadri che sto dipingendo sono parti senza un tutto? E il paesaggio è stato qualche volta parte di un tutto? In che momento si è separato? E se è così, dov’è il punto di inizio della separazione e quando è avvenuto il primo tratto? Ma che cos’è questo tutto che non c’è e che ci manca o forse mi manca? Perché cerchiamo un tutto? Sono domande antiche, certo, che tuttavia davanti a un quadro finito continuano a riaffiorare». Questa inquietudine, questa impazienza, questa insoddisfazione fanno del lavoro di artista di Pericoli un gioco esaltante e senza fine, alla ricerca della risposta definitiva del suo essere uomo e artista. Un percorso che da ragazzo gli si era palesato in un sogno nel quale egli stesso si diceva: «Sarai un pittore quando tenendo in mano un grande pennello, saprai disporvi sopra i colori in modo tale da poter compiere l’opera che hai in mente con un unico gesto».
Tullio Pericoli, «Paesaggi»
Lorenzelli Arte
Corso Buenos Aires, 2
Fino al 15 gennaio