Quanti rischi se il domicilio è una panchina

Quarantenne sotto sorveglianza non è trovato in «casa», era «in bagno» dietro una siepe. Ora rischia la galera

Enrico Lagattolla

Strana storia. Storia di un sorvegliato speciale arrestato per non aver rispettato un obbligo di domicilio, e di leggi prese troppo alla lettera. Storia di Giuseppe M., che aveva eletto a domicilio una panchina. Più o meno, situazione disperata ma non seria.
Giuseppe M. da San Giorgio a Cremano (Napoli), 42 anni di problemi alle spalle. Da ragazzo, la droga. Da grande, l’alcol. Espedienti, furti, soggiorni in carcere. Tirare a campare.
Un recidivo. Anno 2003, l’ultima condanna: per due anni e quattro mesi sarà un sorvegliato speciale. Niente patente né passaporto, e l’obbligo di restare in città, in un domicilio a sua scelta. Lì deve farsi trovare tutti i giorni, dalle 9 di sera alle 7 del mattino. Così ha deciso il magistrato del tribunale di Milano, così gli tocca fare.
E così sia. Primo domicilio, una famiglia di conoscenti. Mica facile. Spigoloso, irrequieto, bevitore. Convivenza impossibile, dura solo qualche mese. «Giuseppe, quella è la porta». Fine del primo domicilio.
Secondo domicilio (e terzo, e quarto, e andare), la comunità. Passa il tempo, e se ne gira parecchie. Resta finché è possibile restare e cioè resta finché non lo cacciano, «perché bevo troppo, e quando alzo il gomito divento cattivo e litigioso». Così parlò dopo l’ultima espulsione. Nemmeno la Fondazione Fratelli di San Francesco. Nemmeno i religiosi.
Ultima dimora, nessuna dimora. Giuseppe è un senzatetto, ogni sera un letto diverso fino a quando decide che «casa» è quella panchina che ha pure una tettoia vicino al cancello dei giardini di via Ortles. «Casa».
Comunica il cambio di domicilio al commissariato di polizia di Scalo Romano. Lui, sorvegliato speciale, su quella panchina deve farsi trovare tutte le sere. E così è. Tutte le sere, tranne una.
Sabato. Le 21. Passa una pattuglia in via Ortles. La panchina c’è, Giuseppe no. La pattuglia ripassa più tardi e lo trova. «Ero al bagno», dice. E se «casa» è una panchina, «bagno» è una siepe un po’ lontana, «tanto per non dare fastidio ai residenti». Ma il sorvegliato speciale Giuseppe M. da San Giorgio a Cremano non ha rispettato l’obbligo di dimora. Manette e processo per direttissima. Se gli va male è carcere, se gli va bene è panchina. Vale la pena di scegliere?