Quanti sberleffi alle serie Tv col pesciolino rosso «Boris»

Previste 14 puntate in seconda serata con una buffa troupe

da Roma

Tutto comincia e ritorna a un pesce rosso. Si chiama Boris, vive nella sua ampolla di vetro dentro uno studio tv, dove si gira il seguito di una discutibile fiction. Il regista usa il pesce come amuleto, consigliere, e addirittura pesca la sua acqua da spargere dietro le orecchie degli aiutanti, per brindare all'inizio della nuova serie. Parte da questa idea la fiction - che per fortuna ha poco delle fiction dei canali in chiaro - che si intitola Boris, come il pesce del regista (su Fox, da stasera ogni lunedì alle 23).
Il racconto (scritto da Luca Vendruscolo, Giacomo Ciarrapico e Carlo Mazzotta, su idea di Luca Manzi e Carlo Mazzotta) parte da un capannone dove è rinchiusa la troupe. Ciak, si gira la prima scena di Gli occhi del cuore 2. Si ride di gusto. Il regista pazzo (Francesco Pannolino) parla col pesce, urla: «Non si può lavorare così» (chi non l'ha mai sentito dire nella sua realtà di lavoro alzi la mano) e dà della «maledetta cagna» alla protagonista. Lei (Carolina Crescentini) è raccomandata (e il come lo insegnano in tante, dalla Gregoraci in giù) e in scena pianta un casino perché non vuole dire di avere 34 anni: «Ne dimostro 24». Il belloccio è Stanis (Pietro Sermonti), che ammette durante la presentazione: «Ognuno di noi ha portato i suoi sassolini nelle scarpe». Più che una fiction, secondo lui, è un documentario.
Il capo elettricista (triste e divertente insieme) si chiama Biascica (Paolo Calabresi), è tifoso della Roma e osa chiedere gli straordinari arretrati («Non li vedrai mai più!», gli urla il capo produzione). Divino il direttore della fotografia, Duccio (Ninni Bruschetta), quando spiega che «nella fiction la fotografia non deve essere più bella di quella della pubblicità. Sennò la gente cambia canale». Sarà per questo che le fiction vere fanno schifo?
Certo le produzioni, quelle vere che qui vengono prese in giro, offrono materiale per ben più delle 14 puntate previste (di mezz'ora l’una). Tant'è che da Fox ammettono la possibilità di un seguito (Boris 2), visto anche il costo ridotto (200mila euro a ora); parlano dell'idea di portare all'estero la prima fiction italiana in onda su un canale satellitare Sky, e se si facesse un film (Boris the movie) tanto meglio.
Lorenzo Mieli, mente ed esecutore del progetto con la sua società Wilder, è convinto di aver realizzato un prodotto nuovo, bello e vero, «perché abbiamo tenuto dentro la cattiveria». Niente di meno, dice con quel cranio perfettamente a uovo. Non si stupirebbe se Boris finisse tra un po' nel trittico della tv generalista (Rai, Mediaset, La7), e si augura che la comicità della serie dilaghi: «Che sfondi il tormentonismo». Il neologismo non dispiacerà a suo padre Paolo, il direttore del Corriere.