Quanti slogan e frasi fatte da chi non ha nulla da dire

(...)Nessun discorso, si va di slogan. Frasi fatte, ripetute a memoria con una cantilena amplificata da un megafono. Come allo stadio, in curva, con il capo degli ultrà che volta le spalle al campo e chissenefrega della partita...Dettano la metrica per sbeffeggiare gli avversari, danno il ritmo, suggeriscono le frasi da ripetere. E’ il rosario della contestazione. E il corteo degli studenti che ha bloccato mezza città in molte fotografie si riassume in questo scatto. Tutto già visto, già detto e scritto perchè manifestazioni e manifestanti non conoscono tempo, sono tutti uguali. Lo erano nel ’68, al tempo dell’Onda e lo sono adesso con le loro kefiah, le barbe incolte, le canne e qualche bottiglia di birra anche se è mattina presto. Non è vero, come si dice spesso, che non sanno quello che dicono. Non è vero che non sanno cosa sia la riforma del ministro Gelmini. E non è vero che protestano solo per guadagnarsi un giorno di vacanza. Sono molto più informati di ciò che si crede e anche se leggono meno quotidiani rispetto ai loro coetanei di qualche anno fa, compensano benissimo con tutto ciò che recuperano sulla Rete. E poi a sedici anni la voglia di cambiare il mondo e di battersi per gli ideali è genuina: bianco o nero, non si scappa. In questo caso però c’è troppo rosso. Già, perchè la sensazione che si ha vedendo sfilare questi ragazzi è che stiano tutti da una parte. Troppo schierati, troppe bandiere con falce e martello, troppa la solidarietà che arriva da certi salotti, dalla tv illuminata dei maestrini della sinistra radical chic. E un po’ troppo pelosa. Fossi al loro posto sarei più sospettoso e, se salissi su un tetto, prima di farci accomodare un politico gli chiederei perchè mi sta seguendo e se non ha un’idea migliore. Intendiamoci, la protesta è sacrosanta. Scendere in piazza un bell’esercizio di democrazia ma proprio su questo ci si deve intendere. Rompere vetrine, imbrattare il portone della Cattolica, riempire di uova l’ingresso della Borsa con la libertà d’espressione che questi ragazzi dicono di voler difendere non c’entra nulla. Nessuno, ripeto nessuno, impedisce loro di parlare. Ma per parlare si usano le parole, i concetti e non si alzano le mani. Insomma bisogna avere qualcosa da dire. Cosa che sono sicuro hanno la maggior parte dei giovani che però non sfilano nelle avanguardie o che magari non sfila proprio e ai cui la riforma non piace allo stesso modo. Ma prima di lanciare un uovo però ci pensano tre volte perchè così, per fortuna, li hanno educati. Sì perchè, nonostante tutto di ragazzi per bene, se ne trovano ancora un sacco. Ieri venendo al lavoro ho incontrato tre studentesse di un liceo che stavano finendo di scrivere con lo spray su un lenzuolo uno slogan che avrebbero appeso all’ingresso della loro scuola: «...Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti e per quanto voi vi crediate assolti sarete sempre coinvolti...». Non era uno slogan, ma il ritornello di una canzone di Fabrizio De Andrè. Non insulti ma parole. Quelle che servono.