Ma quanti sono i veri "Dr. House"? Repubblica ne scova uno al giorno

Ieri ha pubblicato "L’autentica storia del medico che ispira la serie
tv". Il 5 febbraio l’aveva già raccontata, ma il protagonista era un
altro

Siamo un po’ tutti Indiana Jones. Non ci bastava l’inseguimento dell’arca perduta e nemmeno il tempio maledetto. Non ci bastava il Dr. House nefrologo e infettivologo. No, ne dobbiamo avere altri, per forza; la Repubblica ne ha scoperti addirittura due nel giro di nove mesi, come se si trattasse di un lungo travaglio del parto.
Era il cinque febbraio del corrente anno quando la notizia fece il giro delle redazioni. Questo il titolo angosciante: «Trovato il vero Dr. House». Seguiva il sommario non meglio rassicurante: «Lo ha scovato la Cnn. Si chiama William Gahl e lavora in una clinica del Maryland. Si occupa solo di casi disperati: “I nostri malati spesso senza via d’uscita”».
Eravamo alla svolta, epocale, le nostre serate davanti al televisore sarebbero state diverse, lo scoop avrebbe modificato l’amore per quell’uomo che camminava con il bastone e aveva gli occhi cattivi e non coccolava i suoi pazienti eppure ci piaceva, le donne quasi lo trovavano sexy. Hugh Laurie, l’attore senza camice ma interprete del Dr, aveva finalmente scoperto di avere un padre, non Ron, effettivamente medico con un salario molto inferiore al figliolo artista claudicante, ma voglio dire un Dr. House verace, originale, vivo e operante medico a Bethesda, professionista capace di affrontare, curare, risolvere vicende difficili, pazienti scaricati da altri colleghi che si erano arresi dinanzi all’impossibile. Gahl, nel reportage, ammetteva di non amare House, non soltanto per questioni estetiche e fisiche, essendo lui “pacioccone” a differenza del Laurie esangue e ruvido ma anche perché nel Maryland i malati erano cronici, non truccati e freschi come nelle corsie dell’ospedale di Princeton-Plainsboro del New Jersey, dove con il telecomando si poteva cambiare canale e, dunque storia.
C’eravamo, infine, fatti, tutti, una ragione, Dr Gahl era l’uomo venuto dal cielo, non da Sky, la serie televisiva altro non era che una fiction generosa e farlocca, meglio Bethesda con tutti gli annessi, ci sentivamo rassicurati, allora era tutto vero, verosimile, credibile, quasi quasi si potrebbe organizzare un viaggio, tutto compreso, visita alla città e all’ospedale, autografo del medico vero e di quello finto (con la malasanità che ci ritroviamo, potrebbe accadere anche dalle nostre parti).
Ma, arrivato l’autunno, ecco che sulle pagine dello stesso quotidiano, la Repubblica per l’appunto, spunta un altro clone e, dunque, un altro titolo: «Il Dr. House esiste ed è una donna. Si chiama Lisa Sanders, tiene una rubrica sul New York Tribune Magazine ed è una consulente della serie televisiva. “Ogni paziente racconta la sua storia” è il diario di una categoria non invincibile, quella dei medici. Vecchia maniera». Sistemata la quota rosa, siamo 1 a 1, a Gahl risponde Sanders, la situazione si complica, la riforma della sanità, voluta da Obama, sta creando qualche confusione nel sistema della comunicazione. Dr. House non è uno, non è due, è tre e chissà quanti altri ne spunteranno, basta andare in edicola, prossimamente, e scopriremo la verità.
Gregory House, capace di diagnosticare l’indiagnosticabile, dovrebbe occuparsi del caso, anzi dei casi sollevati da la Repubblica. Del resto il pensiero filosofico che lo accompagna da sempre dice: “everybody lies”, tutti dicono bugie, lo ripete puntualmente e sa che Pinocchio si è travestito da William Gahl o da Lisa Sanders, oppure che i giornali, come Indiana Jones, non finiscono mai di stupire. Una pastiglia di Vicodin potrebbe servire a cancellare lo smarrimento ma da chi me la faccio prescrivere? Da Lisa? Da William? Da Gregory?