Quanti sprechi esistono nella scuola e anche fuori

Ho letto il bell'articolo di Monica Bottino a proposito degli sprechi telefonici di certe scuole (sprechi a fin di bene, cioè per reclutare il personale supplente). La colpevole burocrazia ministeriale permette involontariamente alla Telecom (beata lei!) di realizzare utili supplementari. La questione dello spreco è un problema doloroso nell'ambito degli uffici pubblici dai quali si alzano notoriamente alti lamenti in relazione alla modestia delle retribuzioni. Se anche trascurassimo il corretto problema della produttività (in rapporto al numero dei lavoratori in genere, comparandoli con quelli del settore privato), è pur vero che la caccia allo spreco, qualora fosse nei comparti pubblici inflessibile e desse risultati, libererebbe certamente risorse che potrebbero essere convogliate negli aumenti retributivi (e di conseguenza sulle pensioni). Aumenti sicuramente modesti ma, pur con tutte le contestazioni di rito, doverosi. Tuttavia sembra che la mentalità di chi dirige segmenti del settore pubblico, per esempio le scuole, non sia per nulla propensa all'abolizione dello spreco, come sicuramente sanno non pochi degli addetti ai lavori. Sussistono infatti finzioni di diverso genere. Ne cito una ad un livello che non riguarda i due dirigenti scolastici di cui si parla nell'articolo (presidi che peraltro conosco soltanto per nome e cognome).
È noto che una delle parole del lessico frusto e abusato che circola negli istituti della scuola secondaria superiore sia «progetto». La retorica e la trombonaggine circolante in detti istituti è sovente quella che incita a credere che i «programmi scolastici» non esistano più mentre, come è noto a tutti i docenti, agli esami di Stato quei programmi vengono regolarmente chiesti. Usando la finzione che i programmi non ci sono più, si finisce così per costruire artatamente una miriade di progetti che in realtà non sono altro che normalissimi tasselli dei vecchi programmi (che con un gioco di prestigio si sono fatti «acutamente» scomparire). È doloroso dire che sovente non meno del 75% di detti progetti non sono altro che aria fritta. Se poi, come effettivamente è, le miriadi di fantasmagorici progetti (più o meno realizzati) risultano soggetti a retribuzione (anche se questa di solito non avviene nell'immediato), ci sarebbe ingenuamente da pensare che il Ministero avesse ingegnosamente scovato una scorciatoia per aumentare surrettiziamente lo stipendio ai docenti. La questione non è purtroppo così semplice: la distribuzione dei progetti (e la partecipazione agli stessi) è tutto fuorché liberale e democratica. A quanto la popolare «vucirria» conclama, si sono sviluppate, grazie all'opera diligente nel corso degli anni di determinati Presidi, vere e proprie «corti dei miracoli» che trattengono come «cosa loro» l'appalto e il subappalto delle diverse operazioni connesse al conseguimento dell'utile. Ora, «scherzi a parte» compare in modo qui clamoroso l'evidenza dello spreco che viene selezionato a feudalissimo beneficio di un numero ristretto di persone. Non si tratta qui di infierire sulla personalità di dirigenti scolastici che credono di rivestire un ruolo equivalente a quello dei professori universitari, né di maltrattare i loro ciambellani, i loro nani e le loro ballerine. Si tratta, da parte degli addetti ai lavori (e qui la stampa cittadina potrebbe, se consapevole, svolgere un ruolo indispensabile) di cominciare a tracciare un bilancio serio sulla cosiddetta autonomia delle scuole e sulla sua deplorevole débâcle. Quanto citato non è l'unico caso di malfunzionamento e di malgoverno. È però vero che lo spreco qui viene istituzionalizzato.

Grazie professor Papini, ci ha dato un nuovo spunto.