Ma quanto ama le sue poltrone Livia Turco

Gentile Granzotto mi vuole spiegare in sintesi cosa è questa ridicola storia di Livia Turco che avrebbe dovuto rinunciare al seggio in Senato e invece è ancora lì?
Cos’è, non vuole perdere la ricca dote da parlamentare dedicandosi solo alle cure, si fa per dire, di governo?


No, caro Santi, i conquibus non c’entrano e non perché la nostra simpatica Turco sia di quelle che, magari per far felice lo Schioppa che ci vuole tutti con le pezze al sedere, disdegna il danaro. Ma perché anche se riuscisse a sloggiare continuerebbe, da ministra, a percepire la doviziosa prebenda di senatrice. Per una malandrinissima disposizione, oltre agli 80mila euri tabellari un segretario o sottosegretario di Stato, ove non sia eletto dal popolo, ha infatti diritto all’emolumento di parlamentare. Non mi chieda il movente logico, tecnico o morale di ciò: la politica ha ragioni che la ragione ignora.
Altra cosa che mente umana difficilmente afferra è perché debba essere l’aula a stabilire se uno dei loro può o non può rassegnare le dimissioni. Il Parlamento non fa una piega se l’eletto non varca mai il portone di Palazzo Madama o di Montecitorio (continuando però a percepire, va da sé, i 20-25mila euri di prebenda). Però interviene a deliberare sulla sua volontà di rassegnare le dimissioni. E può stabilire che no, non può, ma questo senza potergli imporre di continuare a fare il suo lavoro. In sostanza, dal punto di vista formale si resta parlamentari (con le relative prebende), dal punto di vista sostanziale si è privati cittadini (ma sempre con le relative prebende di cui sopra). È o non è roba che avrebbe mandato in estasi Eugene Jonesco?
E veniamo al punctum dolens: perché i senatori riuniti in conclave rifiutano alla povera Livia Turco, che tanto vi brama, di cavarsi dalle spalle il laticlavio? Molte le ipotesi.
La prima si rifà al principio detto del minor danno e che così si può riassumere: i guai che combina la Turco sono ora parzialmente divisi fra governo e Parlamento.
Se le si consentisse di optare per il solo ministero della Salute, l’intera massa critica delle sciagure si riverserebbe sul sistema sanitario che pur avendone viste tante non reggerebbe all’urto.
La seconda è che la simpatica Turco risulterebbe essere colei che presta maggior smalto alle quote rosa senatoriali. Privarsene, recherebbe pregiudizio alla immagine, etica ed estetica, delle quote medesime.
La terza attiene alla sfera del sadico: sapendo che la maggioranza degli italiani non la vorrebbe né al governo né al Senato, ma nella sua Marozzo (Cuneo), cittadina rinomata per i capponi, le forze del male si oppongono anche al parziale sollievo di una Turco dimezzata. Quarta ed ultima ipotesi, ricatti. Così almeno sostiene l’Unità che punta il dito contro un carneade, certo Manzione d’appartenenza margheritica, che essendo in conflitto con certo Zanda per via d’un certo Nigra, d’appartenenza diessina, sta bloccando tutto l’ambaradam turchesco. Va da sé che più delle altre quest’ultima ipotesi onora e glorifica quel «primato della politica» che la sinistra progressista, equa, solidale e a sviluppo consapevole s’appunta al petto in forma di medaglia o, per essere più precisi, al collo in forma di sveglia.
Paolo Granzotto