Quanto (mi) fa male smettere di fumare

Le sofferenze di un (aspirante) ex tabagista nella giornata mondiale contro il fumo

Anzitutto oggi è il 31 maggio, Giornata mondiale senza tabacco a cura dell'Organizzazione mondiale della sanità: il tema quest'anno è «Il tabacco è nocivo sotto qualsiasi forma o maschera». Tra i libri più venduti d'Italia, seconda notizia, c'è il longseller di Allen Carr È facile smettere di fumare, agile volumetto che in tutto il mondo ha venduto otto milioni di copie. L'autore, Carr, fumava sino a cento sigarette al giorno ma poi ha inventato un metodo per smettere, come ha fatto da trent'anni, anche perché, si legge a pagina 16, «ero certo che il fumo mi avrebbe ucciso». La terza notizia, purtroppo, nel libro di Carr non c'è: è che Carr è stato ucciso da un cancro ai polmoni nonostante non fumasse da 30 anni. Ne aveva 72. La quarta eccezionale notizia è che l'autore di questo articolo, l'11 maggio scorso, ha detto addio al suo ultimo pacchetto di sigarette, e questo dopo aver scritto sul Giornale decine di articoli contro le crociate salutiste. L'ultima notizia, infine, è che sempre l'autore di questo articolo, insomma io, adesso scrocco sigarette al prossimo e fumo pochi sigari toscani: ma dal punto di vista del beneficio salutare, dopo esser passato da 50 sigarette al giorno a due o tre al massimo (tutte scroccate) il risultato è che all'apparenza sto per finire al Creatore.

Vedrò di spiegarmi meglio. Anzitutto non si è cambiato idea su niente, ed ecco quanto già apparve su questo giornale: «Fumare è meraviglioso ma il più delle volte diviene un vizio e una dipendenza, e se potessimo tornare indietro probabilmente non inizieremmo a farlo. Fumare è meraviglioso in particolare per chi si fermi ai sigari e alla pipa, o appartenga alla cerchia dei fortunati capaci di non oltrepassare le dieci sigarette il giorno. Fa male? In questa misura, sia scientificamente che statisticamente, no, o lo fa in misura risibile per sé e soprattutto per gli altri. Il vizio del fumo tuttavia non vale la candela se non in proporzioni che siano moderate quanto sostanzialmente innocue per sé e per gli altri, e tuttavia assai difficili a ottenersi. Tutto sommato, calcolando le probabilità che il tabacco divenga un vizio e non solo un piacere, forse non varrebbe la pena neppure di iniziare». Detto e riletto questo, smettere di fumare per un vero tabagista è tra i peggiori inferni possibili: un rimpianto eterno che non sparisce mai, perché la voglia di fumare è per sempre, non c’è sincero ex fumatore che non l’ammetta, senza contare il dissesto fisiologico che ne consegue, dunque l’aumento di peso che non sempre si riassorbe, l’ansia, l’insonnia, il rincitrullimento, la difficoltà di concentrazione, irritabilità, la bramosia irrefrenabile, le spaventose depressioni, tutte cose che non spariscono in una settimana né in due.

Ci sono cose difficili da spiegare, ed è per questo che il libro di Allen Carr sta avendo tutto questo successo. Molte cose semplicemente non si sanno, e neppure quel libro ne parla. Nel 1994, negli Stati Uniti, vennero alla luce dei documenti che dimostravano come il potere della nicotina di dare dipendenza fosse noto sin dagli anni Sessanta, cosa che le multinazionali avevano sempre negato. Invece non solo gli era noto, ma nel segreto dei loro laboratori avevano trovato il modo di ampliare le dipendenze: aggiunsero dei composti per accelerare il rilascio della nicotina e ne aggiunsero altri per dilatare i bronchi agevolando l’aspirazione del fumo. La dipendenza da nicotina è più subdola di quanto non pensino soprattutto i non-fumatori, e la Food and Drug Administration ha rilevato dati impressionanti: quasi due terzi dei fumatori accendono la prima sigaretta entro mezz’ora dal risveglio, l’84 per cento di coloro che fumano 20 o più sigarette ha tentato vanamente di ridurne il numero, un fumatore che fa un serio tentativo di smettere ha meno del 5 per cento di probabilità di riuscirci, il 70 per cento dei fumatori sostiene di voler smettere completamente di fumare, e, ancora, e qui parrà incredibile, quasi la metà dei fumatori che si sono sottoposti a un intervento per cancro al polmone riprende a fumare, e nel 40 per cento dei casi tenta di ricominciare a farlo anche dopo l'asportazione della laringe.

Tra coloro che appaiono fortemente determinati a smettere, e ricevono un’assistenza medica ottimale, la metà è in grado di smettere solo per una settimana, mentre a lungo termine la percentuale di fallimento è pari a più dell’80 per cento. Un mese fa una rivista di ricercatori americani, Bmc genetics, roba seria, ha addirittura spiegato che per smettere di fumare occorre avere i geni giusti: ce ne sono almeno 221 che fanno la differenza tra chi riesce a buttare la sigaretta per sempre e chi no.

È con questa scoraggiante consapevolezza che mi sono avviato a smettere: non certo grazie a campagne salutiste che hanno solo ridonato un fascino carbonaro a un vizio che si avviava, da solo, a diventare una retroguardia sociale. Consapevolezza che avevo davvero deciso di farlo: null’altro conta, perché fumare 50 sigarette al giorno, due pacchetti e mezzo, è da cretini e punto. In passato provai il Bupropione, un farmaco con cui hanno smesso in parecchi: niente. Ho provato uno spray che si chiama Smoke Out e che spruzzato sulla lingua rende schifoso il sapore della sigaretta: le fumavo anche da schifose. È che in realtà non volevo smettere. Ho persino telefonato all’avvocato Vincenzo Campanelli, una specie di pranoterapeuta che per motivi misteriosi riesce a far smettere in un minuto il 70 per cento di quelli che incontra: e stiamo parlando di medici, docenti universitari, magistrati, ufficiali dei carabinieri, ragionieri dello Stato, presidenti dell’Antitrust, un presidente del Gruppo Rizzoli, Maurizio Costanzo, Valeria Marini, Giuliano Pisapia, Stefania Craxi, registi come Citto Maselli e Margarethe Von Trotta, statisti come Shimon Peres, Re come Hussein di Giordania.

Ma non sono andato da Campanelli. E non ho avuto voglia di aspettare il vaccino antifumo (è in sperimentazione) o ancora la vereniclina, un farmaco della Pfizer che simula il principio attivo della nicotina e fa credere al cervello di averne ricevuto la dose necessaria. È arrivato l’11 maggio, data pianificata da mesi: e ho sostanzialmente smesso. «Sostanzialmente» significa che posso fumarne due o tre al giorno se me le offrono o se le scrocco. Le fumo per non mitizzarle, per non diventare come quelli che se vedono una sigaretta scappano. Fumacchio qualche toscano, poca roba che non fa male perché non l’aspiro: ma non vorrei aprire un dibattito anche su questo, visto che oggi è la Giornata mondiale senza tabacco e il titolo era «Il tabacco è nocivo sotto qualsiasi forma o maschera». Mah.

Il punto, per ora, resta un altro. Chi smette ha una fame boia: io, dopo aver smesso, ho perso l'appetito. Chi smette guadagna fiato: io, dopo aver smesso, ho giocato a pallone con gli amici del Giornale, come sempre, e quasi chiamavano l'ambulanza. Io, tre giorni dopo aver smesso, ho fatto una visita medico-sportiva e mi hanno trovato una lieve tachicardia e soprattutto la pressione alta: 150 su 100. Mai avuto tachicardia né pressione alta: smettere peraltro dovrebbe abbassarla. Solo due mesi fa avevo fatto una visita medico-sportiva più approfondita per un brevetto di sub: tutto a posto. Ora, invece, il giorno dopo la prima misurazione, la pressione era salita a 160 su 100. Il giorno dopo, 165 su 110. Il giorno dopo, 170 su 100. Il giorno dopo, 170 su 110. Il giorno dopo era ieri, anzi è ora, è il momento in cui sto scrivendo questo articolo. Ho smesso di fumare. Per il resto vi terrò aggiornati.