Quanto pathos e violenza nel dramma di «Erodiade»

Adriana Innocenti grande affabulatrice nel lavoro di Testori

Enrico Groppali

Ogni volta che ci si accosta a Giovanni Testori in questi anni difficili e dolorosi segnati dalla sua assenza fisica si rimane sconcertati dalla perenne vitalità del suo messaggio e dalla sorprendente modernità stilistica del suo comunicare poetico attraverso forme e stilemi che, dal realismo quotidiano, trascorrono fino ai cieli alti del decadentismo europeo. Una conferma in questo senso ci viene ora da uno dei capolavori di Testori, quell'Erodiade che, scritta nel '67 per Valentina Cortese che avrebbe dovuto interpretarla al Piccolo di Milano con la regia di Gruber, molti anni dopo venne finalmente portata in scena da Adriana Innocenti. Che ne fece un'indimenticabile creazione molto prima che altre interpreti, del tutto avulse dalla poetica dell'autore, ne sfruttassero l'originalità espressiva a puri fini strumentali. Dimenticando che il grande autore lombardo l'aveva in parte riscritta su misura della nuova interprete da lui espressamente designata, alla vigilia della scomparsa, come l'unico portavoce della sua poetica. Ora la Innocenti, che tra l'altro a Spoleto creò il monologo Erodiàs che fa parte dei Lai, ha ripreso, in un contesto di emarginati e malati terminali che Testori considerava il suo pubblico ideale, la bellissima Erodiade. Ossia il testo in cui la concubina di Erode attratta dal Battista fino ad essere carnalmente posseduta dal verbo allucinante del Profeta che, ma solo a parole, combatte giunge al punto di ordinare alla figlia Salomé di prendere il suo posto nel letto del Tetrarca per possederne l'emblema virile del capo, troncato dalla mannaia del boia prima di venire lei stessa travolta dall'ira omicida del monarca. In un contesto che fa continuo riferimento alla falsità della scena, facendo balenare il sospetto che la tragica regina dei Vangeli sia in realtà un'infima Scarrozzante che urli il suo strazio davanti a una miserabile testa di cartapesta tra gli sbrendoli di un sipario sfrangiato. Solo l'arte di Adriana Innocenti è oggi in grado di esumare la cristologia di Testori trascorrendo dalla voce bianca degli antichi cantori agli affondi cupi della poesia cimiteriale cara a Edith Sitwell. Con le sue magiche intonazioni da grande affabulatrice che la collocano di prepotenza tra i grandissimi del teatro italiano.

ERODIADE - di Giovanni Testori Regia e interpretazione di Adriana Innocenti. L'Aquila, dal 10 al 17 giugno.