Ma quanto è stata lunga la marcia per superare Mao

Una «visione di sviluppo scientifico» che nasce sulla strage di Tienanmen

da Pechino

Da appena cinque anni capo del partito e dello stato, Hu Jintao vedrà la propria «visione di sviluppo scientifico» iscritta nello statuto del partito dal Congresso apertosi ieri. Un atto che lo consacra al livello di Mao, ormai citato solo ritualmente, e di Deng Xiaoping e di Jiang Zemin. Ma Deng ebbe le sue «teorie sul sistema socialista di mercato» consacrate solo nel 1997, dopo che da vent’anni da dietro le quinte dirigeva la Cina; e Jiang ha avuto questo onore nel 2002, mentre si dimetteva dopo 13 anni al vertice. Hu è destinato a restare, ed è già nel pantheon. Ma più che un riconoscimento a lui, la consacrazione della sua politica nel solco di Deng, suo grande tutore, a livello dei grandi teorici è un impegno del partito a proseguirla anche quando nel 2012, assolti due mandati, dovrà uscire di scena.
La Lunga Marcia per allontanarsi da Mao è stata sancita col 12° congresso del 1982, in cui Deng, riabilitato dopo che il Timoniere lo aveva per la terza volta demolito poco prima di morire nel 1976, lanciò la sua teoria del «socialismo dalle caratteristiche cinesi». Un mese dopo la morte di Mao, per lotte interne, erano stati arrestati sua moglie e i suoi alleati, la “banda dei quattro”, condannati nel 1981 alla pena capitale poi tramutata in carcere. A fine dicembre 1979 si era avuto il primo distacco dalle teorie maoiste, seguito dal siluramento nel 1980 di Hua Guofeng, erede designato dal Timoniere con la frase «Con te al potere, io sarò tranquillo». Nella tomba, restò tranquillo per poco: nel giugno 1981 il partito emise un pubblico documento di condanna per le sue campagne ideologiche dal 1949 in poi, culminate nella rivoluzione culturale durata dal 1966 al 1976, «con la quale arrecò un disastro al popolo, al Paese, al partito».
Il Congresso del 1982, con la nomina a capo del partito del riformatore Hu Yaobang voluta da Deng, stabiliva i rapporti di forza tra lui aperturista e liberalizzatore dell’economia e i vegliardi che pur colpiti dalla rivoluzione culturale e con lui riabilitati, volevano conservare la struttura di potere comunista e l’economia pianificata. Al congresso dell’ottobre 1987, dopo che nel gennaio Hu Yaobang era stato costretto alle dimissioni per non aver represso manifestazioni studentesche, divenne capo del partito Zhao Ziyang, altro protetto di Deng. Il congresso cruciale, col decollo di Hu Jintao, è del settembre 1992. Nel giugno 1989 si era avuta la strage della Tienanmen, a cui Zhao era contrario e che fu sostituito da Jiang Zemin. Deng aveva deciso la repressione sia per istinto personale, sia perché i conservatori additavano le sue riforme come causa delle manifestazioni. Con la fine dell’Unione Sovietica nel dicembre 1991, si intensificarono gli attacchi, con l’accusa che le riforme avrebbero portato al collasso come a Mosca. A inizio 1992 Deng dovette lasciare Pechino, con tutta la famiglia, per rifugiarsi letteralmente nel Sud, che più avendo beneficiato della sua linea era determinato a difenderla, e dove lui la riaffermò in riunioni e discorsi. La propaganda lo ignorò per due mesi, nominandolo solo per dure critiche. Fu un’aspra lotta che lui seppe tenere nelle segrete stanze, evitando la guerra civile, finché nel marzo 1992 il Politburo emise un documento di impegno sulla sua linea «per cento anni». Si ebbe quindi l’esaltazione delle sue riforme, sancita al congresso in settembre, dove Deng, facendo confermare Jiang Zemin a capo del partito, fece anche fare il grande balzo a Hu Jintao ponendoglielo accanto come successore. \