Quanto zelo e retorica in quelle parole

Buona parte delle cose che Gianfranco Fini ha detto ieri ai giovani di An può, anzi deve secondo me essere condivisa. È rassicurante sapere che il presidente della Camera, formatosi in un movimento nostalgico del fascismo, e soprattutto della sua torva, ultima, disperata fase, aderisce pienamente ai precetti della democrazia moderna. La risolutezza con cui Fini ha ricordato la svolta di Fiuggi e ribadito che «le leggi razziali furono un’infamia, un’aberrazione, il male assoluto», può soltanto far piacere.
Eppure, se devo essere franco, m’è parso d’avvertire nel discorso di Fini un sovrappiù di retorica e di enfasi, un eccesso di zelo se preferite chiamarlo così; e di cogliervi qualche affermazione discutibile. Per gli squilli di tromba antifascisti mi limito a osservare che sembrano sopra le righe venendo da un personaggio con il curriculum di Fini, e che somigliano troppo agli squilli di tromboni antifascisti dai quali siamo assordati. Forse è una mia impressione sbagliata, ma ho voluto darne conto. Quanto alle affermazioni discutibili o lacunose, mi limito ad indicarne alcune.
1) «I giovani - ha esortato Fini - si riconoscano senza ambiguità e senza reticenze nei valori della Costituzione. Il valore della libertà, il principio dell’uguaglianza e il valore della giustizia sociale, sono valori che a pieno titolo possono essere definiti antifascisti». Obietto. Sono valori democratici. Il motto libertè, egalitè, fraternitè era diventato piuttosto popolare già prima che Mussolini nascesse, Benedetto Croce aveva preceduto, come pensatore, sia Antonio Gramsci sia Ferruccio Parri, la democrazia non si identifica nell’antifascismo. I valori citati sono valori e basta. Le espressioni di Fini sembrano inoltre sottintendere, nel nome del politicamente corretto, una sacralità intangibile della Costituzione: ossia uno dei tanti tabù paralizzanti della Repubblica.
2) Fini ha detto, smentendo o correggendo Alemanno e La Russa, che non si può equiparare chi stava da una parte e combatteva per una causa giusta di eguaglianza e libertà a chi, fatta salva la buonafede, stava dalla parte sbagliata». Una delle due parti, la soccombente, era di sicuro sbagliata per quanto riguarda l’esito dello guerra. Quanto ai valori d’eguaglianza e di libertà, non è davvero il caso d’accreditarli a una parte importante se non maggioritaria della Resistenza: quella parte che si batteva per la sconfitta del nazifascismo ma anelava all’instaurazione in Italia d’un regime dittatoriale - ne hanno fatto dolorosa esperienza gli ex vassalli di Mosca - che il fascismo l’avrebbe fatto rimpiangere. Per verità questo distinguo tra i partigiani che volevano la libertà e i partigiani che volevano un’Italia somigliante all’Urss di Stalin, Fini l’ha accennato: ma è rimasto in ombra rispetto alle altre sue dichiarazioni.
3) Il presidente della Camera ha voluto riconoscere un lascito positivo anche alla stagione sessantottina, pur ammettendo che «ha fatto più danni e macerie di quanto si pensi». Tanto disordine: ma «ritrovato l’equilibrio la società un passo in avanti l’ha fatto». Sarà. Fini ha citato gli eventi internazionali - la Sorbona, Berkeley - che accompagnarono i fatti di Valle Giulia a Roma e della Statale di Milano. Non ho trovato nelle agenzie di stampa un accenno di Fini ad altri eventi internazionali, quelli sì drammatici ed espressione d’un anelito di libertà coraggioso sul serio: la primavera di Praga e in anni successivi il dilagare di Solidarnosc in Polonia. Credo che a Praga e a Varsavia ci volesse più fegato che a Milano o a Roma.