Quarant’anni e sentirli

Della gerontocrazia italiana è stato scritto tutto il male possibile, eppure mi sfiora il dubbio che in futuro possa essere anche peggio. Il problema delle vecchie generazioni è infatti un cosiddetto loro possibile ritardo culturale, la loro incapacità ossia di comprendere e cavalcare i mutamenti della società in termini di costume e morale e tecnologia: il che è sempre successo, sì, ma è la velocità che è divenuta strabiliante. Tra il 1897 e il 1907 ci saranno state senz’altro delle differenze storiche e sociali, ma quelle intercorse tra il 1987 e il 2007 in confronto paiono secoli. Per fare un esempio minus: un 25enne di oggi, senza telefonino, è un uomo morto anche in termini di socialità e comunicazione, eppure ci sono anziani che ancor oggi del telefonino non ne vogliono sapere. In quello che peraltro sarà presto un Paese di vecchi, il nostro, per non capire le teste dei giovani basta avere 40 anni. Questo spiega, da un lato, quanto siano ridicole quelle forze politiche che definiscano «giovani» certi parlamentari che hanno l’età di Clinton quando lasciò la politica. E ipotizza, d’altro aspetto, che forse non sia tanto la giovinezza a essersi allungata: è la vecchiaia che arriva in anticipo, per quanto inconsapevole e in ottima forma. Non ci sono più le mezze stagioni.