Quarant’anni senza la Farfalla che non ha mai smesso di volare

Il granata, morto in un incidente stradale nell'ottobre '67, simbolo ribelle di un'epoca: capelli lunghi e una classe immensa

Gigi Meroni ha sessantaquattro anni. Ha smesso di giocare da quaranta, da una sera di pioggia e di buio cattivo. Ogni tanto l’ho ritrovato, quasi per caso. Era un dribbling di Maradona, una finta di Platini, uno scatto di Lionel Messi. Ho provato a salutarlo e ha risposto perché la memoria dolce che è nostalgia non conosce il tempo, non prova nemmeno a fuggire, si presenta, invece, puntuale, non appena ne senti la mancanza, hai voglia di riscoprire il piacere di una emozione, di una immagine lontana. Gigi Meroni appartiene ancora al calcio dal quale non è mai uscito. Appartiene a un calcio che fatica a restare in vita, così pieno di muscoli e di palestre, così vuoto di idee e di artisti. Appartiene a chi ama ancora il pallone, appartiene al popolo granata ferito a morte da sempre nei suoi campioni, nei suoi uomini, mai nella sua fede per questo più forte e profonda.

Meroni è stato il Toro ma è stato il gioco del football come andrebbe letto e capito. È stato ribelle in un mondo di conformisti, è stato farfalla tra mille tartarughe, pittore tra molti imbianchini, amante di donne e di vita dolce, non certo di dolce vita che non era nelle corde di un ragazzo d’acqua dolce, il lago di Como e le sue malinconie, la sua luce improvvisa, il solitario silenzio. Quarant’anni dopo il suo ritiro, dalla vita non dal calcio voglio, debbo dire, Gigi Meroni resta il sogno rabbioso di chi non ha avuto la fortuna di vederlo, di viverci assieme, di affrontarlo, di studiarlo. Sfogliando i diari ritrovi le critiche bacchettone al suo modo di fare, la gallina portata a spasso per Como e poi addirittura vestita con lo slip da bagno in riva al lago, la rosa offerta ogni giorno a Kristiana l’amore polacco del Luna park di piazza Vittorio, i capelli lunghi, i baffi, la barba a volte incolta, insomma l’esistenza normale, sofferta ma vissuta tutta, di un ragazzo che a due anni restò orfano di padre e che sua madre, con altri due figli da accudire, doveva seguire e inseguire.

Letteratura facile su un genio smarrito in una domenica di ottobre, lo stridio dei freni, il suono inutile di un clacson, il salto nell’aria zuppa di pioggia, il nero selciato macchiato di sangue, fine di una carriera, inizio di una leggenda. Fiori al cippo, Torino rallenta davanti ai suoi eroi, giovani, vecchi ma smarriti, Superga, corso re Umberto, la villa de La Mandria, il laghetto di Vinovo. Gigi Meroni ha sessantaquattro anni e continua a giocare la sua partita bella, tra le sterpi del Filadelfia, lungo il rettilineo del Comunale detto Olimpico, al Sinigaglia e a Marassi, nel coro dei tifosi che nemmeno lo hanno visto ma che di lui si sono innamorati sbirciando i fotogrammi in bianco e nero dei favolosi anni Sessanta, la maglietta numero 7 avvolgeva un corpo fragile ma spigoloso, i calzettoni scivolano sulle caviglie, secondo stile d’epoca a sfidare le entrate malefiche degli avversari, i piedi erano pennelli dell’artista a dipingere svolazzi bizzarri e clamorosi, Gigi vagabondava per il campo, quasi per tenersi lontano dal ruminare degli altri, non concedeva spazi d’autore ai giornalisti che di lui si occupavano più per l’abito, confondendo la classe con lo stile, in nazionale doveva fare i conti con le piccole cose di un piccolo allenatore che gli chiedeva di tagliarsi la zazzera. Dopo avrebbero continuato a fargli del male, anche profanando il suo letto dove ha deciso di riposarsi per sempre. Dicono che sia stato l’atto folle di un tifoso impazzito appunto, come furono pazzi e folli quelli che (lettori de La Stampa e affini) si unirono in movimento per contestare don Francesco Ferraudo, il sacerdote colpevole di aver celebrato la funzione funebre di «un peccatore pubblico» e la Chiesa addirittura si affiancò alla protesta.

A sessantaquattro anni Gigi osserva e legge e ascolta quello che il mondo continua a inventarsi ogni giorno, ha saputo delle ripartenze e del quattrotretre, ha saputo dei tatuaggi e dei cerchietti tra i capelli, ha saputo che l’Italia è campione del mondo, che la Juve è finita in B, che il Como è fallito, che il Genoa è stato condannato, che il Toro si è appena ripreso. Tutta roba sua. Ho sentito una risata. Lontana. La finta di un dribbling, il profumo di una rosa, una fotografia in bianco e nero. La sua storia, la nostra storia, continua.