Via Quaranta, la scuola alza bandiera bianca

Rimandato l’inizio delle lezioni. Simini: «Ora è compito della magistratura verificare che accade»

Chiara Campo

In via Quaranta sventola una bandiera bianca. I responsabili della scuola islamica illegale al centro delle polemiche chiedono una tregua per trovare, con le istituzioni che l’hanno messa al bando, una soluzione per i circa 500 bambini che lunedì contavano di cominciare le lezioni nell’istituto. Una lettera del Comune ha dichiarato la struttura inagibile e, anche se alcune famiglie si erano dette disponibili ad avviare un percorso di parificazione, il fronte della chiusura immediata è sempre più esteso. Aly Sharif, responsabile della scuola Fajr, è stanco di essere oggetto del tiro incrociato: «Se ne sono dette troppe, siamo stufi». Ieri ha deciso di convocare al più presto i genitori per affrontare la questione. «Inutile dire - ammette - che la lettera del Comune a una settimana dall’avvio delle lezioni ha colto tutti di sorpresa e impreparati, soprattutto perché l’intesa per l’ottenimento di una sede idonea sembrava prossima alla conclusione». Ribadisce comunque «profondo rispetto per le istituzioni» e riferisce che «la scuola vuole proporre alle famiglie di ritardare di qualche giorno l’inizio delle lezioni, come gesto di buona volontà e disponibilità». Tempo utile per discutere sulle possibili soluzioni.
Oggi invieranno lettere a «Diocesi, Provincia, Comune, Ufficio scolastico regionale e prefettura - afferma -. Chiederemo un incontro per illustrare la reale situazione della scuola e avere il sostegno per individuare soluzioni almeno transitorie». Sharif ricorda che l’istituto da anni segue anche i programmi italiani, e gli allievi si sottopongono annualmente agli esami di idoneità presso la scuola pubblica. «È un atteggiamento responsabile, chiedono una tregua per ragionare con le istituzioni come uscire dall’incresciosa situazione», sostiene il coordinatore del centrosinistra milanese, Sandro Antoniazzi.
«Il Comune non si è mai sottratto ad una funzione di ascolto», assicura l’assessore all’Istruzione, Bruno Simini. Che ci tiene a fare ordine sui «protagonisti della vicenda». La lettera che ha dichiarato gli spazi della scuola - un ex capannone - non idonei, «era un atto dovuto, una notifica che non corrisponde alla chiusura, perché un provvedimento del genere non ci compete e il controllo di cosa accadrà all’inizio delle lezioni spetta alla magistratura. Segnaliamo da tempo che quell’istituto non assolve all’obbligo scolastico, e da due anni denunciamo al tribunale dei minori le famiglie che non iscrivono i figli alla statale. Fatti ben più gravi, se vogliamo, dell’atto di idoneità dello stabile». Segnalazioni al tribunale dei minori che, almeno per ora, sono cadute nel vuoto. Simini si dichiara «d’accordo con la linea indicata dal ministro all’Interno Giuseppe Pisanu», che ha bocciato i «ghetti islamici». Se però, aggiunge, «l’approdo finale è la scuola pubblica, nulla vieta che si discuta sulla paritaria. Ma devono stabilirlo le famiglie e il ministero dell’Istruzione: conosciuto l’esito, il Comune potrà solo offrire una sede». L’ipotesi, precisa, «riguarderà casomai i bambini che si iscriveranno in futuro, dalla prima. Per gli attuali il problema non si pone: devono assolvere la scuola dell’obbligo». Sul come, dove e quando, insomma, devono ragionare direzione scolastica regionale e famiglie. «Il compito del Comune dovrebbe fermarsi qui», ammette.
Sul caso della scuola islamica è intervenuto ieri anche il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti. Si è detta «contraria a soluzioni che isolino gli alunni islamici, perché significa negare la possibilità di integrazione piena, la possibilità di socializzare con i coetanei italiani e di altri Paesi». È invece «favorevole all’inserimento degli alunni islamici nelle scuole pubbliche, perché solo così si garantisce il pieno rispetto dell’identità culturale proria e altrui».