È Quaresima, bevi dal rubinetto

Ieri - eccezion fatta per la diocesi di Milano, che segue un rito tutto suo - è cominciata la Quaresima. Non sappiamo quanti italiani ne siano al corrente: probabilmente pochi, e di quei pochi molti sono stati informati non dalla parrocchia, che non frequentano più, ma dalla scuola, che ha comunicato ai figli i giorni buoni per la settimana bianca. Non sappiamo neppure quanti, di quella minoranza informata, abbiano rispettato il tradizionale digiuno del mercoledì delle ceneri: ma non è difficile ipotizzare che in questo caso i pochi diventino pochissimi. Certe cose non si usano più. I cattolici praticanti sono ormai, sempre di più, un piccolo gregge.
Va detto però che pure per chi si ostina a far parte del gregge non deve essere sempre facile capire in cosa consistano la Quaresima, la penitenza, il digiuno. La confusione è in agguato quando il gregge incontra pastori che presentano il cristianesimo - più che come l’annuncio di un Dio che si fa uomo, muore e risorge - come un manuale di buone maniere.
L’ultima è di un tale don Gianni Fazzini, il quale a nome del «Centro Studi stili di vita» della diocesi di Venezia (centro studi del quale è direttore) sabato prossimo presenterà, a Mestre, la proposta per la Quaresima: astenersi dall’acqua minerale e bere in sua vece quella del rubinetto. Anche questa è una forma di digiuno, per carità; e c’è pure una conseguenza nobilissima: finanziare, con il denaro risparmiato, un progetto umanitario in Tailandia. Sono le motivazioni che lasciano un po’ perplessi: «Non è affatto vero - ha detto don Fazzini - che l’acqua minerale che viene da Roma faccia meglio dell’acqua del nostro rubinetto». Una scelta di digiuno o di salutismo? Ma c’è dell’altro. Leggiamo sul Gazzettino di Venezia che «l’indicazione di fare a meno dell’acqua minerale si prefigge, allo stesso tempo, lo scopo di ridurre la quantità di vetro e plastica da recuperare, favorendo così lo smaltimento dei rifiuti in tempi di emergenza o rischio di emergenza».
Va detto che i cristiani delle altre confessioni si sentono proporre, per la Quaresima, idee ancora più bizzarre. La Chiesa anglicana, ad esempio. Il vescovo di Londra, Richard Chartres, e quello di Liverpool, James Jones, hanno lanciato il «digiuno di carbonio» per rispondere alla «necessità urgente di ridurre le emissioni che danneggiano il pianeta». Quindi niente rinunce a cibo o bevande: i due vescovi hanno stilato una nota in cui sono elencati quaranta «gesti virtuosi» da mettere in pratica ciascuno ogni singolo giorno della Quaresima. Ad esempio. Quando si fa la spesa, non usare le buste di plastica del supermercato. Fare a meno della lavastoviglie. Sbrinare il frigo. Ispezionare la casa alla ricerca di spifferi che comportino sprechi di energia. Evitare di usare l’automobile. Chiudere bene i rubinetti dell’acqua calda. Far andare la lavatrice a 30 gradi invece che a 40. È invece valida per tutta la Quaresima l’esortazione a «togliere una lampadina dalla stanza più vissuta» per ridurre il consumo di energia.
Ci fermiamo qui, anche perché il lettore può pensare che lo stiamo pigliando per i fondelli. Invece è tutto vero: sono punti scritti in un documento dei vescovi per la Quaresima. E sono lì, nella loro tragica comicità involontaria, a testimoniare come si rendano grotteschi gli uomini di Chiesa quando invece di parlare di Gesù Cristo e di vita eterna si mettono a inseguire l’ultima moda (o meglio la penultima, perché spesso sono pure indietro di un giro. Ricordate i teologi della liberazione? Furono gli ultimi a credere nel sole dell’avvenire. E i nostri cattocomunisti? Gli ultimi a difendere il nome «partito comunista» e la falce e martello nel simbolo).
Lo stupidario del cristianesimo ecologista non si limita purtroppo alla Chiesa anglicana o a casi isolati della nostra: nel diario in uso di gran parte delle scuole cattoliche si legge tra l’altro che gli uomini devono fare mea culpa perché, essendo in troppi, tolgono spazio agli uccelli; e la Conferenza episcopale della Campania se n’è appena uscita con un documento in cui si annunciano «specifici itinerari formativi e catechetici» per lo smaltimento della monnezza.
Non è che non sia giusto richiamare al rispetto dell’ambiente e al risparmio energetico. È giustissimo. Però non c’entra niente con il digiuno quaresimale, che come ha ricordato ieri Benedetto XVI ha tutt’altra finalità: quella di «ritrovare se stessi e distaccarsi dai beni materiali», capire che «la ricchezza non ci dà la felicità» e che «solo l’amicizia con Dio può regalarci la vera gioia». Solo in una prospettiva di fede la rinuncia a cibo o ad altri beni ha un senso. Altrimenti, non si capisce perché uno debba rinunciare ai pizzoccheri e allo Sforzato, alla fiorentina e al Chianti. E poi per spiegare che non bisogna inquinare non c’è bisogno di Gesù Cristo: basta un Pecoraro Scanio.
Michele Brambilla