La quarta vita della Pivetti Catwoman torna maestrina

Non ci si può distrarre: basta voltarsi un attimo, e lei ricompare in uno dei suoi più riusciti travestimenti. Dopo Arturo Brachetti, il geniale maestro del trasformismo scenico, c'è Irene. Rispetto all'artista di teatro, lei si esibisce nella vita reale. In questi giorni appare su Sky, nel salotto della Latella, versione politologa scafata, senza orpelli e senza grilli per la testa, addobbata come un’amabile sciurèta. Difficile starle dietro: così siamo alla Pivetti numero quattro. E ha solo 46 anni. Se tiene questi ritmi, può tranquillamente reinventarsi un'altra dozzina di volte. Il problema, caso mai, è la tenuta del suo parrucchiere: dannazione, prima o poi anche lui esaurirà la fantasia.
Dice il saggio: un essere umano non va giudicato dai risultati ottenuti, ma da quello che cerca. Come giudicare la Pivetti? Di risultati ne ha ottenuti tantissimi. Ma capire che cosa effettivamente cerchi è molto complicato. La sua densissima parabola pubblica, di certo, non aiuta. Troppo tumultuosa. Chi può dimenticare. È tutto ancora così vivo, nella memoria...
Quando irrompe sulla scena italiana, agli inizi degli anni Novanta, sembra chiarissimo che cosa Irene abbia in testa. Una sola idea: la politica. Cattolicona laureata alla Cattolica, aderisce con fede cieca al credo di Bossi. Lui è fierissimo della sua creatura. La presenta alle turbolente Pontide degli anni d’oro come l’Ornella Muti della Lega. Oddio: all’epoca, molti conformisti (mi dichiaro: anch’io) continuano a preferire l’Ornella Muti del cinema, ma negli ambienti celoduristi risulta irresistibile il fascino della pasionaria dalla voce roca, eccitante versione femminile del ruggito bossiano.
Questa Pivetti Uno, sudata e scamiciata, non delude le aspettative del capo. Fa tutte le cose e dice tutte le cose che lui si aspetta dalla sua pupa. Così, nel ’94, nessuno si stupisce granchè dell’azzardo storico: Irene diventa la più giovane presidente della Camera, a soli 31 anni.
È sicuramente questa Pivetti Due che tutti più facilmente ricordano. Impossibile scordare l’icona: come genere, una Nilde Iotti con sessant’anni di meno, anche se dimostra sessant’anni di più. Cotonata divinamente (è qui che il parrucchiere comincia la sua durissima missione), la giovane presidentessa si atteggia austera come un padre della Repubblica. Il foulard che le sue coetanee, al massimo, si legano sui fianchi per coprire le vergogne nella hall dell’albergo di Riccione, lei ce l’ha sempre arrotolato al collo, in un modo agghiacciante. Una vecchia zia. Le mancano l’uncinetto e i centrini, ma ha il suo bel tailleur e la sua bella borsetta.
L’epopea presidenziale comunque non dura moltissimo. Di questo periodo, si ricordano soprattutto le battaglie per le pari opportunità di suo marito, un bel giovanotto che si tira sempre dietro, per la serie «guardate quanto siamo carini, signur com’è perfetto il nostro matrimonio». L’altra battaglia storica è per la condizione femminile: non sapendo dove lasciare il piccolo erede, Irene s’inventa sui due piedi l’asilo Montecitorio, un kinder-heim a quattro stelle, spiegando quanto sia fondamentale, per una madre lavoratrice, seguire la prole da vicino. In attesa che tutte le altre italiane possano godere di questo diritto, comincia lei.
Finisce male, però, la bella esperienza. Nel ’96 il capo si rompe le scatole del suo trasformismo - stavolta leghista - e la butta fuori: zia Irene, secondo Bossi, rema contro i progetti del partito, all’epoca prossimi alla secessione. La pupa, per ripicca, prova allora a camminare con le proprie gambe. Fonda un movimento tutto suo, «Italia federale». Ma due anni dopo, nel ’98, verificando sul campo che camminare da soli è una vitaccia, parte con nuove capriole acrobatiche: prima appare in «Rinnovamento italiano», infine s’innamora - in senso buono - di Mastella, passando direttamente all’Udeur. Ovviamente, l'anno dopo ne è presidentessa. Ovviamente, come leader politico tira le cuoia.
Quando riemerge dal buio, gli italiani stentano a riconoscerla. Ancora una volta, prova gagliarda del parrucchiere: tumulata zia Irene, una specie di nipote wow compare sulle copertine in versione panterona, rivestita di lattice, genere sado-maso, neanche venisse fuori davvero dalla reincarnazione. Pivetti Tre, la strappona.
Da qui in avanti, tutti quanti noi impariamo a frequentarla parecchio dal tinello di casa, non tanto perché scegliamo volontariamente il suo canale tv, quanto perché ce la rifilano in tutti i modi e a tutti gli orari. Vince «Mezzogiorno in famiglia», danza in quell’allegro cimitero di elefanti che è «Ballando con le stelle». Conduce programmi suoi, va a dire la sua in programmi altrui. Ogni volta cercando di sfoderare il talento personale, anche se tutto sommato a brillare è sempre il talento di quell’indefesso artista del suo parrucchiere.
A pieno titolo, si può dire comunque che la Pivetti sia ormai qualcosa di compiuto: un animale televisivo. In fondo, un premio alla sua impellente vanità e alla sua considerevole autostima. Eppure, a un certo punto, anche Pivetti Tre si avvia all’archivio. Basta voltarsi un attimo e questa moderna Zelig, come il celebre personaggio che modificava sembianze in base alla situazione, compie il nuovo prodigio: ecco la Pivetti Quattro, posata e compassata, analista politica di razza, autorevole ospite dalla Latella. Non un grande lavoro, stavolta, per lo stremato parrucchiere.
Certo, nessuno può dire se sia finita qui. Troppi anni ha ancora davanti. Al momento, una sola eventualità si può escludere categoricamente: non potrà mai pensare, più in là con l’età, di ripresentarsi nel ruolo della grande vecchia, come una Montalcini della scena politica. Lei, quello, l’ha già fatto a trent’anni.