Il quartiere a luci rosse c’è già: a Chinatown

Il bisogno di portare soldi in Cina è grande. Tanto che vale la pena vendersi su una brandina. Cinque anni, tutti i giorni (domenica compresa). È la storia di Wu Ling sbarcata in via Procaccini nell’ottobre 2001.
«Ho lavorato in un bordello con quattro stanze e un bagno. Ho diviso il lavoro con altre tre connazionali. Ho incassato dieci euro per ogni incontro. Quanti al giorno? Dieci e non più di dieci». Che a trenta per ogni prestazione significa un netto di 36mila euro all’anno contro qualcosa come 216mila euro sempre all’anno finiti sul conto corrente della mamam che gestiva quella casa. Rendita finanziaria di tutto rispetto e, naturalmente, esentasse.
Ma Wu Ling per entrare in Italia, viaggio con regolare permesso turistico, aveva contratto debiti per undicimila euro «tra visto, biglietto aereo e ferroviario, saldati con tre mesi di lavoro, senza nemmeno risparmiare un cent. Il resto tutto mio e mio per cinque anni». Wu Ling nega di avere avuto alle spalle un protettore, ma evidente che la differenza tra quanto pagato dal cliente (30 euro) e quanto da lei incassato è finita nelle tasche del racket.
Wu Ling tace della pratica con rischio: per intascare più soldi e non dichiararli al protettore si accettano prestazioni non protette, senza preservativo. E spiega però che i clienti sono «solo italiani»: «I cinesi vanno in case apposite, quasi tutte in via Paolo Sarpi. Le altre che si trovano a Chinatown sono riservate agli italiani che non tirano a fregare e che non rubano come fanno invece nordafricani e qualche musulmano».
Storia passata, questa di Wu Ling. Lei, ora, guarda al futuro - «ho smesso, quando ho capito che avevo i soldi da parte per dare un domani migliore ai miei genitori e a mio figlio» - ma, ogni tanto, non disdegna ricevere «amici» -: «Lo faccio giusto per intascare denaro e togliermi dunque qualche sfizio. Una cena, un vestito firmato ti fanno sentire una wunu, come una geisha».