Quasi 90enne suona ancora il suo banjo

da Milano

Una vita sulle strade polverose d’America; sempre in mezzo ai braccianti, agli operai, saltando sui treni merci dei disperati che «viaggiano verso la gloria». Come arma una chitarra per raccontare le bellezze della natura ma anche le ingiustizie sociali, le storie di tanti «poveri cristi» in un mondo in cui «Questa terra è la mia terra». Con le sue celebri Dust Bowl Ballads ha influenzato decine di cantautori, da Bob Dylan (che scriverà: «Troverai Dio in una Chiesa di tua scelta/Woody al Brooklyn State Hospital/Li troverai entrambi nel Grand Canyon al tramonto») a Steve Earle. Il motto di Guthrie era: «Odio le canzoni che ti fanno credere di essere nato per la sconfitta; odio le canzoni che avviliscono la gente sfortunata. Io sono per le canzoni che dicono: questo mondo è tuo». Ancor prima di Guthrie Pete Seeger, maestro del banjo, ha cavalcato la canzone di protesta, negli anni Trenta come compagno di strada di Guthrie, poi alla guida degli Almanac Singers e dei Weavers (questi ultimi scalarono le classifiche con le loro canzoni protestatarie) e ha scritto classici come If I had a Hammer (tradotta anche da Rita Pavone), Turn Turn Turn (tratta dal libro dell’Ecclesiaste e resa famosa dai Byrds come pionieri del country rock), We Shall Overcome che fonde due antichi spiritual. Seeger, nonostante si avvicini ai 90 anni, canta ancora in pubblico i suoi cavalli di battaglia.
L’eroe della country music che anticipò la protesta e lo stile di vita del rock and roll fu invece Hank Williams, disperato poeta popolare che, con brani come Jambalaya, rinnovò i canoni del country e morì, alcolizzato, sul sedile posteriore della sua Cadillac bianca, sinistro presagio per molte future stelle del rock.