«Quattro artisti ieri e oggi» narrano a Chiavari i segreti dell’antica pittura

Quest’estate il carnet degli appassionati d’arte si presenta più fitto che mai. Mostre e rassegne abbandonano l’afa cittadina alla volta delle riviere, per festeggiare la bella stagione in spazi espositivi inediti e affascinanti.
La prima tappa obbligata è nel Tigullio, a Chiavari, ove ha sede la Fondazione Zappettini (Corso Buenos Aires 22).
Nata per valorizzare l’opera dell’omonimo artista genovese, la fondazione si è spinta ben oltre, aprendo una nuova sede nel cuore di Milano e trasformandosi in centro espositivo. L’obiettivo è diffondere la conoscenza dell’astrazione analitica degli anni ’70, cui Zappettini ha contribuito in prima persona come artista e teorico.
Da questo spirito nasce la mostra «Supports/Surfaces Quattro artisti ieri e oggi» che si svolge in entrambe le sedi della fondazione, fino al 31 luglio.
L’esposizione porta indietro le lancette dell’orologio alla Francia degli anni settanta, ancora scossa dai fremiti del ’68. In questo clima nasce il movimento Supports/Surfaces, al ritmo delle parole di Viallat e Saytour: «L’objet de la peinture c’est la peinture elle-même».
La sfida è questa: affrontare l’opera d’arte nel suo aspetto primario e oggettuale. Tornare alle radici della pittura e ai suoi elementi costitutivi: tela, telaio e colore. A rispondere all’appello di Viallat e Saytour sono in molti, per lo più nati e cresciuti nella dolce natura del Midi. Ognuno conduce la propria ricerca in libertà e affida scritti e riflessioni alle pagine della rivista «Peinture - Cahiers théoriques», con eguale autonomia.
Di quest’esperienza, tanto fulgida quanto breve, la mostra restituisce spirito e umori attraverso le opere di Dezeuze, Dolla, Saytour e Viallat. Impossibile non restare incuriositi dalle «scale» di Dezeuze, composte da telai destrutturati e dai «Pavillons», sculture nate dai listelli di legno di normalissimi steccati. Seguono le pitture di Dolla e i quadri di Saytour, costruiti su tessuti e plastiche recuperate chissà dove. Le coloratissime tele di Viallat, dipinte en plein air come usavano gli impressionisti, subito riconoscibili per quelle forme organiche a «fagiolo» che le popolano.
La mostra colma una lacuna importante nella nostra critica indagando un terreno poco frequentato che, tra l’altro, presenta molte tangenze con le coeve esperienze italiane della pittura analitica. Una full immersion nella creatività d’oltralpe dalla scossa sessantottina a oggi.