Quattro donne prigioniere dei loro ricordi

Rina, Marga, Vincenza, Eloisa. Quattro donne diverse tra loro, ma legate da una colpa comune: l'infanticidio. Chiuse in una stanza, all'interno di un istituto psichiatrico giudiziario, espiano una condanna che è soprattutto interiore: il senso di colpa per un "gesto" che ha vanificato le loro esistenze. Nel raccontarsi l'una con l'altra provano una sorta di svuotamento dell'anima che le porta a essere, o a sembrare, delle colpevoli innocenti.
Un testo carico di dolore, dunque, che affronta un tema quasi "indicibile", riuscendo anche ad aprire squarci di leggerezza liberatoria. From Medea (atto unico di Grazia Verasani, in scena stasera all’Elfo) è stato rappresentato a Tolone lo scorso aprile e debutterà in Germania il 7 luglio (al Das Hessische Landestheater di Marburg).
Dario Cipani, diplomato alla Scuola del Piccolo come altri dei fondatori dell'Elfo e attore della compagnia durante i primi anni di attività; esercita l'attività di psicoterapeuta, ma non ha mai smesso di interessarsi al teatro, scrivendo testi, traduzioni e riduzioni teatrali, e partecipando come attore a due recenti allestimenti del Teatro dell'Elfo: Rifiuti, la città e la morte e Bambole. Cura questa lettura scenica che è una prima tappa di lavoro e di riflessione sul testo e sui suoi temi, condotta con le attrici Corinna Agustoni, Laura Ferrari, Laura Gamucci ed Elena Russo Arman, in vista di un vero e proprio allestimento.
L'istinto materno non è obbligatorio.
«La condizione sociale e psicologica in cui vive una madre va sempre considerata. Ho pensato a questo - spiega Grazia Verasani -, cominciando a scrivere la pièce. E ho preso a documentarmi, a leggere, a cercare di capire qualcosa della depressione pre e post partum. Ma From Medea resta essenzialmente un'opera di fantasia.
«La molla - continua l’autrice - è scattata guardando in tv certi programmi (o leggendo certi articoli) dove specialisti a gettone e vari opinionisti trattavano con superficialità l'argomento. Ero stanca di giudizi approssimativi, di condanne da salotto, di semplificazioni. Stanca anche di sentire in tv donne puntare il dito contro altre donne, dipingendosi come madri perfette. Nel caso Franzoni, ad esempio, l'attenzione non era rivolta al bambino ucciso ma alla morbosità mediatica di individuare il "mostro" attraverso i primi piani e le espressioni del viso, in una sorta di gioco di società come quando si guarda Sanremo. Ero stanca di vedere troppa gente giudicare».