Quattro errori mortali

La maggioranza degli scommettitori ha un bilancio in perdita, verità difficilmente confutabile dai bookmaker: la loro stessa esistenza ne è la prova. Poi a seconda del pay-out (vincite pagate sul totale delle giocate), a livello aggregato annuale compreso fra il 65 e l’80%, ci sono aziende che guadagnano più di altre. Quasi inutile ricordare che se tutti giocassero con la testa al banco rimarrebbe nel lungo periodo solo l’aggio matematico, meno del 10% del volume. Stando ai quotisti gli errori principali dei dilettanti sono raggruppabili in quattro categorie. 1) Money management incoerente. A parità di competenza, chi scommette 100 euro sulla partita difficile e 500 sulla facile si autocandida al disastro: le quote già «scontano» la difficoltà del pronostico incrociata con i volumi. 2) Attenzione solo agli eventi popolari. Nessun professionista si arricchisce con gli Juve-Inter della situazione, che per volumi tendono ad annullare le disparità di vedute tra domanda ed offerta. 3) Tifo. Il partito dell’assicurazione emotiva (Sono tifoso del Milan? Allora punto contro il Milan) è perdente come quello del tifoso ottuso: non è un caso che le quote dei grandi club o dei campioni più famosi siano sembre «sbagliate» al ribasso rispetto alla previsione tecnica. 4) Ignoranza. Il vantaggio matematico del banco si può dimostrare in decine di modi: nessuna scommessa vincente può prescindere da una scelta qualitativa corretta, cioè da una probabilità a noi più favorevole rispetto a quella ottenuta invertendo la quota.
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