Quattro ispezioni dell’Osce nei campi nomadi di Roma

L’assessore Belviso: «Situazione grave frutto del buonismo della giunta Veltroni»

Trentasei ore dopo l’incendio i controlli. Non solo a via Candoni, ma a campione in alcuni campi rom della capitale. A svolgerli, come era in preventivo da tempo, circa una decina di operatori dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione che opera sul territorio dell’Unione Europea e che pone l’accento sui temi dei diritti umani e della sicurezza. Il tour è cominciato nell’insediamento di via Salone alla presenza di Roberta Angelilli, delegato del sindaco per i diritti del minori nonché eurodeputato del Pdl. Gli operatori hanno incontrato i responsabili dell’area, della quale hanno valutato le condizioni socio-sanitarie, le vaccinazioni effettuate dai minori e il loro livello di scolarizzazione. «Quest’iniziativa - ha chiarito la stessa Angelilli - non è legata al censimento della comunità partita in questi giorni anche a Roma, ma rientra nei programmi che Osce svolge nei vari stati in cui opera». L’ente europeo, tra le sue svariate attività, ha infatti istituito un «contact point» sulle questioni dei rom e dei sinti presso il suo ufficio a Varsavia. «Abbiamo condiviso con l’Osce - ha poi aggiunto l’esponente del Pdl - la necessità di un forte impegno per la formazione professionale e per la scolarizzazione dei minori rom che nel 60 per cento dei casi non frequentano la scuola, quali principali strumenti di lotta all’emarginazione sociale. Per perseguire questi obiettivi intendiamo avvalerci anche del sostegno dell’Unione Europea utilizzando risorse comunitarie che in passato sono state scarsamente utilizzate. A tal proposito il 16 settembre a Bruxelles è stato organizzato dalla Commissione un tavolo di lavoro con lo scopo di identificare le azioni possibili e soprattutto la disponibilità finanziaria per realizzarle».
Dopo via Salone è arrivato il turno di via Tiberina e soprattutto della Barbuta, dove la situazione è apparsa decisamente più grave rispetto alle tappe precedenti. Nel campo che sorge a due passi dall’aeroporto di Ciampino vivono circa 350 tra rom slavi e finti italiani giostrai divisi in due aree. Tutti devono scontare l’assenza di servizi di base e sono costretti a convivere con la sporcizia e il ferro accatastato agli angoli delle strade. «È ora che le autorità - ha detto un rappresentante dell’Osce ai capi-famiglia - guardino alle vostre esigenze perché possiate avere le stesse opportunità di un incontro, come è avvenuto con noi in maniera informale». «Noi - ha aggiunto subito dopo il pastore della comunità dei finti italiani - abbiamo tre desideri: il lavoro, la scolarizzazione e che vengano attrezzate delle microaree a noi riservate». Altri, invece, hanno espresso la paura di rivolgersi ai servizi sociali «perché - ha raccontato Sergio, padre di dieci figli - temiamo ci portino via i bambini».
La delegazione, in questo secondo caso, è stata accompagnata dall’assessore capitolino alle Politiche Sociali Sveva Belviso, che ha replicato alle richieste degli occupanti ed è stata categorica: «Incontrerò il sindaco Alemanno dopo che avremo preparato una relazione puntale di quanto è avvenuto in questa giornata. Ho visitato questo campo perché sapevo che versa in una situazione tra le più disagiate. Sono tredici anni che le condizioni sono al limite ed è il risultato della solidarietà della giunta veltroniana. Le possibilità sono due: o si attrezza o si sgombera per poterlo ricollocare». Per quanto riguarda i finti italiani che stazionano nel campo, la Belviso ha rimarcato che «hanno tutti i diritti di accesso ai servizi territoriali. Non capisco perché vivano così. È una questione di volontà». Durante la permanenza, durata in tutto più di un’ora e mezza, l’assessore ha ascoltato dalla bocca dei rom richieste e segnalazioni. Ha poi fatto sapere che si sta lavorando per fare un salto di qualità e passare «dall’assistenza fine a se stessa a un aiuto concreto». Con un unico scopo: «inaugurare un percorso che porti gradualmente all’autonomia».