Quattro modi di essere la stessa persona

«Un quarto di me» di Silvia Nirigua: il disagio giovanile reso con una prosa vicina alla «confessional poetry» americana

La letteratura italiana di oggi è scritta soprattutto da donne; quella interessante, almeno, per cui vale la pena perder tempo, di cui ci si può incuriosire e, se si è sentimentali, quasi innamorare. Un buon esempio del genere s’intitola Un quarto di me e lo pubblica, con Meridiano Zero, Silvia Nirigua, bolognese di 33 anni al suo debutto (pagg. 156, euro 8). La storia è raccontata da quattro suoi coetanei, due ragazzi e due ragazze, uno dei quali è omosessuale, una delle quali conosce l’amore di una donna. Il mastice che tiene insieme queste vite è intanto un rave che, per uno di loro, finisce in commissariato.
Non c’è prospettiva di salvezza, né su questa terra né altrove (a un altrove qui non si fa peraltro neppure cenno). Ci sono però dei ragazzi, e magari si può persin dire dei giovani, che hanno in comune anche l’esperienza concreta di famiglie scassate: madri schizofreniche, padri infedeli, sorelle assenti. Grazie al cielo, Nirigua non ha nessuna intenzione da sociologa e non la sfiora nemmeno l’ipotesi di un bel reportage generazionale, di quelli che garantiscono articoloni sui settimanali a colori e servizi in coda ai tigì. Qui c’è invece una scrittura e la capacità di raccontare i fatti attraverso gli oggetti: la macchina in cui Silvia incontra Giulia e scopre l’amore e la passione per lei, l’armadio in cui Alessio è costretto a nascondersi dal suo amante, la fabbrica abbandonata del rave in cui Stella s’accoppia a Bruno senza sapere bene il perché.
Silvia Nirigua compie un esercizio di concisione ammirevole, per cui ogni parola assume un peso specifico che è in tanto insolito in quanto deriva da cose, da oggetti della quotidianità anche più vile: «Sola. Davanti allo specchio del bagno. Dentro un tubo di luce al neon che ne illumina la circonferenza». Questa è prosa, e della più austera: ma il rimando, per esempio, a certa confessional poetry americana (Anne Sexton, John Barrymore) è del tutto legittimo, che l’autrice ne sia o no al corrente.
Rispetto ai suoi coetanei maschi, Nirigua ha la buona grazia di risparmiare al lettore nostalgie, rimpianti del bel tempo andato e autocompiacimenti. Certo, dei quattro che mette in scena, ha una prediletta: è Stella, senz’altro, gravata da un nome troppo pesante e destinata a diventare il contrario di ciò per cui forse è stata messa al mondo. A lei tocca una discesa agli inferi veloce, una sosta nel limbo che dura quasi tutto il libro per arrivare a una specie di resurrezione finale: laica e terrena, beninteso, perché in Un quarto di me non c’è spazio per nessun aldilà. Non va malissimo neppure a Silvia, intrisa di dolcezza, circondata da compagne d’avventura (il «G4»!) che sembrano gli amici di Giobbe. Anche per lei c’è un happy end, stavolta appena un po’ forzato - forse l’unico punto debole di un racconto costruito in maniera poco discutibile.
Male i due uomini. Sia Bruno sia Alessio fanno la figura dei falliti, perché quello sono. Alessio non riesce a confessare alla madre la sua diversità sessuale, Bruno sceglie come avvocato di fiducia un suo ex amico e misura la distanza che corre tra la missione di vita compiuta (quella dell’amico avvocato) e le due fallite (la sua e quella del padre, che se ne andava sicuro, agli altri ed a se stesso amico, e ora piange col figlio in commissariato). I quattro personaggi creati da quest’autrice giovane hanno infine in comune un desiderio di dolcezza, che Nirigua lascia però soltanto intravedere, come ne avesse vergogna.
Il pudore di quest’autrice colpisce: come qualche volta succede, nessuna di questa pagine è scritta per compiacere, ma quasi tutte piacciono.