Quattro morti e 4mila sfollati, fuga dal Gargano in fiamme

Ci sarebbero quattro vittime, ma solo due identificate. Centinaia di
feriti, migliaia di senza tetto, case e campeggi distrutti. Un grande incendio ha devastato il litorale pugliese. Peschici isolata
per ore. La causa è dolosa. Ma <strong><a href="/a.pic1?ID=195098" target="_blank">i roghi sono oltre 300 in tutta Italia</a></strong>

È estate. Fa caldo. Dunque l’Italia brucia. A questa irridente, feroce, disperante equazione non si sfugge neppure quest’anno. Come una maledizione epocale - il vaiolo, la peste, la guerra - contro cui non c’è nulla da fare, e si può solo ringraziare il Signore di averla fatta franca, di non essere stati lì.

Vincono i piromani, i delinquenti, gli spostati. Non credete alle sigarette buttate dal finestrino. Sono una leggenda. Credete piuttosto a quelli che accendono un fiammifero, o rovesciano una tanichetta di benzina, filandosela con un sorriso da ebete stampato sul grugno, per vedere l’effetto che fa, o per vendicarsi del vicino, o perché ci vedono il loro sporco tornaconto. Stavolta lo ammette anche Guido Bertolaso, capo della Protezione civile: «Non c’è stato un solo incendio, oggi, che si possa considerare frutto di autocombustione. C’è una pianificazione strategica».

Stavolta, di nuovo rispetto al più recente passato ci sono le dimensioni della tragedia, che fanno spavento. Ci sono migliaia di persone evacuate via mare con nient’altro indosso che un costume da bagno. E ci sono i morti: la contabilità si rincorre per tutta la giornata e alla fine si ferma a quattro. Solo due identificati: ottantenni, fratello e sorella. Abitavano al quartiere San Nicola di Peschici. Li hanno trovati carbonizzati, dopo che avevano lasciato l’auto cercando la salvezza a piedi.

La Puglia, dunque. Il Gargano. E Peschici come epicentro di quella che per una volta forse non è esagerato definire un’apocalisse. Le fiamme che partono da un uliveto, il cielo allagato di nero, un deposito di gas che salta, un vento di scirocco che a tratti ha toccato i 50 nodi, ed ecco intere foreste di quercioli, pini, macchia, già disidratati da settimane di carestia idrica, che spariscono. Ridotti in cenere da quello che a un tratto ha smesso di essere solo un incendio, e sembrava un’iradiddio. E le case del quartiere San Nicola annerite, leccate dalle fiamme; mentre di alcune palazzine della «zona 167» restano solo i tronconi anneriti.

Gli elicotteri, i Canadair sono arrivati tardi, dicono i testimoni. «Almeno un’ora, un’ora e mezzo dopo che si erano sviluppati gli incendi» racconta Maria Grazia Pastore, in vacanza al villaggio «Moresco» di Peschici. Sicché, anche la polemica divampa. Indignato è Raffaele Fitto, responsabile di Forza Italia per il Mezzogiorno ed ex presidente della giunta regionale pugliese, che trova inaccettabili le giustificazioni del capo della Protezione civile, Bertolaso, che ha parlato di «coperta corta», ovvero di pochi mezzi rispetto alle tante emergenze nel Sud. Fitto chiede una informativa urgente del governo «per comprendere i motivi dei presunti ritardi nell’arrivo dei soccorsi aerei. Alle 11.30 le agenzie già davano notizia di evacuazioni da Peschici, Vico e Vieste. Ebbene, tre ore più tardi, stando alle dichiarazioni del sindaco di Vieste, nessun mezzo aereo era ancora arrivato sul Gargano». Forte arriva anche la denuncia di Giandiego Gatta, presidente dell’Ente Parco del Gargano, che l’altro ieri aveva inviato un telegramma alla Regione Puglia, al Corpo Forestale e alla Prefettura di Foggia segnalando la situazione di emergenza.

Sulle spiagge di Peschici, isolate dalle fiamme che viaggiavano su un fronte amplissimo, è stato il panico. Molti sono scappati in mutande, in bikini, in preda al terrore, facendo ressa e pestandosi a sangue - all’insegna del si salvi chi può - per trovare posto sui barconi che all’inizio della mattinata portavano ancora i turisti per grotte marine e i mezzi della capitaneria e dei carabinieri venuti in soccorso. Bruciavano i loro bungalow, saltavano come bombe i loro camper; invisibili - dietro una spaventosa cortina di fumo e di fiamme - erano i loro tucul, le loro tende, i loro appartamentini investiti dal ruggito delle fiamme.

A metà pomeriggio le fiamme rullavano su un fronte che si stendeva da Mattinatella fino a Lesina. Saltavano i ponti telefonici, la strada per Vieste congestionata, gente che correva come impazzita, incespicando, cadendo, ferendosi, alla ricerca di familiari introvabili. Uomini e donne seminudi, come nell’Inferno illustrato da Dorè, che in braccio avevano solo un cagnolino, un bambino, e altro non erano riusciti a salvare. Tremila sfollati. Come dopo uno tsunami di fiamme.