Quattro morti e 88 feriti sull’aliscafo dei pendolari

Salva dopo due ore una coppia rimasta imprigionata nella prua distrutta nello schianto. Tre le inchieste aperte

I pensieri erano ormai già alla famiglia, alla cena, a una serata da concludere come tante altre: parlando dei problemi, dei conti da pagare, dei compiti dei bambini, dell’ennesimo rigore non concesso, maledetto quell’arbitro! Come succede a tutti i pendolari, in qualsiasi città, sull’autobus o in metrò. E come succede ogni giorno anche a loro, ai travet dello Stretto di Messina. Su e giù per lavoro, o per studio, a far la spola tra le sponde siciliana e calabrese. E ritorno. Routine anonima, anche se giocoforza diversa da quella stradale o ferroviaria, tormentata come può essere dalle correnti e dalle onde o cullata dalla bonaccia. Ma routine che ieri sera è diventata di colpo tragedia, con un bilancio di quattro morti e 88 feriti (di cui alcuni in gravi condizioni).
Lo schianto all’improvviso, alle 18.15, nell’oscurità appena scesa. L’aliscafo Segesta Jet della Bluvia, società armatrice che opera per conto delle Ferrovie dello Stato, con un carico di 151 passeggeri (a quell’ora quasi tutti pendolari e studenti di ritorno in Sicilia) e sei uomini di equipaggio, partito da Reggio Calabria e diretto a Messina, si è scontrato all’imbocco del porto siciliano, a un miglio e mezzo dal Faro San Ranieri, per cause tutte ancora da precisare, con la nave portacontainer Susan Borchard, battente le bandiere caraibiche di Antigua e Barbuda, che stava percorrendo lo stretto in direzione da nord a sud. Presto per dire a chi attribuire la responsabilità, se cioè a sbagliare rotta sia stato il mercantile o l’aliscafo. A stabilirlo saranno le tre inchieste già aperte: una della magistratura, una delle Ferrovie e una del ministero dei Trasporti. E oggi, a Reggio, è atteso anche l’arrivo del ministro Alessandro Bianchi.
Per ora, di certo, c’è soltanto il «film» per suoni e immagini - terribili suoni e terribili immagini - di una tragedia che avrebbe potuto avere un bilancio ancor più pesante. Subito dopo l’urto, le grida, la paura, i lamenti, i disperati tuffi in acqua, perfino le scintille e i bagliori di un principio di incendio. Poi l’incrociarsi disperato delle telefonate e degli sms di aiuto lanciati tra le lacrime da feriti e superstiti a parenti e amici, precipitando decine e decine di abitazioni dalla tranquillità al terrore. E di lì a poco le sirene, che hanno rotto il silenzio della sera gettando le due città, a un capo e all’altro dello Stretto, nella frenesia dell’eccitazione, dello stato d’allarme, dell’angoscia di chi non ha il tempo per attendere risposte.
La macchina dei soccorsi è scattata comunque subito, coordinata dalla unità di crisi subito costituita presso la Capitaneria di Porto reggina. Cominciando in acqua, dove ogni imbarcazione dei Vigili del Fuoco, della Polizia, della Guardia di Finanza e di quella Costiera, e poi tutte le altre disponibili, anche quelle private, ogni guscio che fosse in mare al momento dello scontro, ha iniziato il febbrile recupero dei passeggeri dell’aliscafo, speronato sul lato destro, quasi spezzato in due e paurosamente inclinato su un lato, che è stato immediatamente imbracato per scongiurarne l’affondamento.
A terra, a Reggio come a Messina, a mano a mano che i feriti e i sopravvissuti venivano depositati sulle banchine dei due porti - dove hanno cominciato a precipitarsi con il cuore in gola parenti e conoscenti, allertati dai messaggi ricevuti dai loro cari o dalle prime notizie dei notiziari di radio e televisioni - iniziava la spola con gli ospedali: 64 i ricoverati nei quattro nosocomi della località siciliana e 24 in quelli del capoluogo calabrese, mentre alcune principali arterie cittadine venivano chiuse al traffico proprio per favorire l’andirivieni dei mezzi di soccorso, dirottati anche dai centri vicini per agevolare la corsa contro il tempo. Intanto dall’alto, levatosi in volo immediatamente dopo il sinistro, un elicottero della Polizia ha iniziato a sorvolare a vista le acque dello Stretto, illuminandole con la luce dei proiettori, per aiutare il recupero di eventuali superstiti finiti o gettatisi in mare.
Anche a bordo della nave portacontainer ci sarebbero stati due feriti, ma è stato subito drammaticamente chiaro che la situazione di massima gravità era quella che riguardava l’aliscafo, in particolare in coincidenza con la sezione dove si trova la cabina di comando. Lì le squadre dei soccorritori, dopo aver spento velocemente un principio d’incendio, hanno dovuto lavorare invece a lungo con le seghe elettriche e le fiamme ossidriche per raggiungere le persone rimaste imprigionate tra le lamiere. Si è salvata - ma solo dopo due ore dall’incidente - una coppia di passeggeri rimasta imprigionata nella zona di prua dell’aliscafo.
Ma proprio in questa parte dell’imbarcazione sono stati recuperati i corpi senza ormai vita delle quattro vittime del disastro: il comandante del Segesta, Sebastiano Mafodda, 58 anni; il capo macchinista Marcello Sposito, di 41; il marinaio 50enne Lauro Palmiro e un quarto componente dell'equipaggio, Domenico Zona, di 42 anni.