Quattro segretarie di «miti pretese»

Laura Novelli

Lenzuola bianche, sedie di legno, macchine per scrivere, camici da lavoro grigi. È quanto basta a Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti e Mariàngeles Torres per raccontare una storia al femminile di ieri e di oggi dove l’ironia e il disincanto fanno da contrappunto ad un’imprescindibile voglia di cronaca e di inchiesta sociale. Si muove infatti tra questi diversi registri Roma ore 11, il lavoro che le quattro brave attrici hanno tratto dall’omonimo libro di Elio Petri (a sua volta nato per fornire materiale ad uno sfortunato film di Giuseppe De Santis) e che hanno messo in piedi, su regia collettiva, per il festival «Bella ciao» di Ascanio Celestini (in cartellone domani alle 23 e domenica alle 21.15, piazza Cinecittà 11).
Lo hanno realizzato contando su scarsissimi mezzi, provando in una falegnameria in disuso del Ghetto (dove lo replicheranno in occasione dell’imminente Festa del Cinema capitolina), reclutando i pochi oggetti di scena nell’armadio di casa. «Puro artigianato teatrale - dice la Mandracchia - ma va bene così. Cercavamo da tempo un testo che parlasse delle donne fuori dai soliti cliché, dalla solita situazione della moglie abbandonata o tradita. Quando abbiamo letto il volumetto di Petri, non abbiamo avuto dubbi e ci siamo messe subito all’opera». Punto di partenza: l’emblematico fatto di cronaca che ispirò l’inchiesta del giornalista. Il 14 gennaio del ’51, circa duecento ragazze romane accorsero in via Savoia 31 per rispondere a un’inserzione del Messaggero: «Signorina giovane intelligente volenterosissima attiva conoscenza dattilografia miti pretese per primo impiego cercasi». Settanta di loro rimasero ferite nel crollo della scala dello stabile; una addirittura morì. «Petri - continua l’attrice - racconta la vita di queste ragazze, le va a cercare ad una ad una, le intervista. Descrive la consapevolezza con cui difendono la dignità del lavoro, il bisogno di emanciparsi dalla miseria, di aspirare a un sogno di benessere. Sono tanti i punti di contatto con la realtà di oggi. E non mi riferisco solo al precariato che minaccia costantemente il lavoro delle donne ma anche al tipo di aspirazioni proprie di una certa classe sociale, di un certo immaginario femminile». Nello spettacolo della neocompagnia «Mitipretese» (nome ispirato proprio al trafiletto del Messaggero) questo ricco materiale umano, cui si accompagnano ampie descrizioni di alcuni quartieri di Roma, acquista il sapore di una scrittura a più voci dove le interpreti passano di personaggio in personaggio, facendosi carico a turno della voce narrante e abbandonandosi a non rari momenti di leggerezza. Quale, ad esempio, il gustoso «Cha-cha-cha della segretaria» cantato in stile Quartetto Cetra. «L’ironia di questo passaggio - conclude - non rispecchia il tono dell’intero lavoro. La leggerezza serve per andare in profondità e arriva quasi sempre per contrastare una zona più drammatica».