Quattrocchi, la sinistra libera di scappare

(...) Richiamato? Macché. Va tutto bene, è lo spirito della democrazia quando al governo c’è la sinistra. La minoranza deve stare zitta.
Il problema è che la minoranza zitta c’è stata sul serio. In ballo non c’era solo quell’«articolo 38» di Matteo Rosso, ma anche una mozione presentata dal capogruppo di An Gianni Bernabò Brea ben venti mesi fa e sempre tenuta gelosamente nel cassetto dal presidente del consiglio comunale, Emanuele Guastavino, anch’egli Ds naturalmente. Nel cassetto c’è rimasta pure ieri. Al termine della riunione dei capigruppo non è stata inserita all’ordine del giorno della seduta. Qui arriva qualche versione discordante. Perché la famosa riunione dei capigruppo che precede la compilazione dell’ordine del giorno sembra sia stata in realtà una chiaccherata veloce in corridoio, durante la quale Emanuele Guastavino avrebbe comunicato la sua decisione di non far parlare ieri di Quattrocchi, ma di spostare il confronto più avanti, magari per trovare maggiore serenità. «Sì, lo ha detto - rintuzza Giuseppe Costa, capogruppo di Forza Italia in Comune -. Ma non era una domanda e nessuno gli ha dato una risposta di assenso. Tengo a ribadire che la decisione del rinvio è stata presa dal presidente del consiglio comunale senza alcuna consultazione, in quanto sapeva con certezza che sarei stato decisamente contrario».
Il risultato è che in aula la mozione non c’è andata. È invece andata in scena l’aggressione verbale a Matteo Rosso. Poi qualche rappresentante dell’opposizione (tra gli altri lo stesso Costa, Edoardo Rixi della Lega ed Emilio Pratolongo di Liguria Nuova) ha provato a protestare neppure troppo insistentemente per l’esclusione dell’argomento dall’ordine del giorno e soprattutto nessuno ha assunto una difesa forte di Rosso. Un assist per Guastavino che non ha avuto problemi a chiudere la vicenda assumendosi la responsabilità della mancata iscrizione e invitando tutti a proseguire: «Deciderò io quando parlarne». Invito accolto. Tutto come se non fosse successo niente. Non uno solo che abbia abbandonato il consiglio per protesta, magari urlando sulla faccia degli avversari qualche parola anche meno forte di quelle che sono state riservate a Matteo Rosso.
La maggioranza ha vinto, anzi stravinto. Mentre in tutta Italia anche le giunte e gli esponenti di sinistra fanno a gara per riconoscere a Fabrizio Quattrocchi la levatura morale e l’orgoglio di italiano che il video della sua esecuzione hanno solo confermato, a Genova hanno trovato il modo per uscirne indenni. Grazie alla mancanza di un’opposizione rigida e intransigente. Se ne parlerà, certo, ma più avanti, quando l’argomento non sarà più sulle prime pagine, quando Quattrocchi sarà tornato quasi nel dimenticatoio, quando l’emozione sarà a zero, quando la conquista di una lapidina «come per Carlo Giuliani» sarà il massimo da ottenere. Astuzie politiche, perfettamente lecite, che alla sinistra sono riuscite benissimo ieri.
Da parte di Giuseppe Murolo, di An, c’è stata la volontà di ribadire che Quattrocchi merita «di essere trattato da eroe, prima di tutto nella sua città». Il suo collega di partito Aldo Praticò accoglie l’invito a «non strumentalizzare a fini propagandistici» la figura del bodyguard trucidato in Irak, ma chiede di «onorarlo quanto prima con l’intitolazione di una via». Tutti d’accordo, ma con la sinistra genovese mai così abbandonata dai compagni italiani, con un centro che ormai non dà segni di vita per obiettare neppure su un aspetto procedurale a quello che ordina la sinistra, l’occasione ieri era ghiottissima. Per Pericu & C. che potevano uscire dall’imbarazzante angolo in cui sono stati relegati, ma anche per la minoranza, che poteva ottenere una vittoria storica. Invece un pareggio. In trasferta per la sinistra che giocava in casa di Quattrocchi con tre rigori contro senza portiere. Quindi una sconfitta del centrodestra.