Quattrocchi, il video choc dell’esecuzione

Graziella Quattrocchi: «Spero che questo filmato faccia chiarezza. E tacere chi lo ha insultato»

Fausto Biloslavo

In ginocchio su un terreno sabbioso, con i polsi legati e bendato da una kefia bianca e nera che gli avvolge tutta la testa, Fabrizio Quattrocchi indossa i jeans e la maglietta marrone a maniche corte che portava al momento del suo rapimento in Irak, il 10 aprile del 2004.
Quattro giorni dopo, la famosa frase «Vi faccio vedere come muore un italiano» è il suo saluto al mondo, un gesto valoroso, patriottico e di sfida di fronte alla barbara esecuzione dei boia islamici. Poche ore prima Quattrocchi era stato separato dagli altri addetti della sicurezza, Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Salvatore Stefio, presi in ostaggio dai terroristi. Ieri il Tg1 delle 17 ha trasmesso per primo le ultime immagini di Quattrocchi, che erano state inviate dai rapitori ad Al Jazeera e mai mandate in onda. Il filmato è stato acquisito dalla procura di Roma, che ha permesso solo la divulgazione delle drammatiche sequenze fino a un attimo prima dell’esecuzione.
L’ostaggio viene fatto inginocchiare nella buca che gli farà da fossa. Non mostra paura, e a un certo punto tira su i polsi legati da una cordicella. I terroristi sono sull’orlo della fossa: si vedono le ombre di tre uomini, uno dei quali riprende la scena con una piccola telecamera. Prima di morire si sentono alcune parole pronunciate da Quattrocchi e tradotte in arabo da una voce fuori campo, con accento maghrebino. «Posso levarla?», dice l’italiano riferendosi alla kefia. «No», gli risponde la voce del «traduttore».
Allora l’ostaggio capisce che non c’è più nulla da fare ed esclama: «Vi faccio vedere come muore un italiano». La solita voce fuori campo ripete in arabo: «Sta dicendo che ti fa vedere», rivolta evidentemente al capo del commando, ma non finisce la frase che Quattrocchi ripete: «Posso?». Sullo schermo a destra spunta una pistola puntata sull’ostaggio. La sequenza si interrompe, ma subito dopo Quattrocchi viene raggiunto da due proiettili in faccia, sparati a distanza ravvicinata. Il corpo si affloscia e una voce in sottofondo dice: «Adesso non filmare le persone». Poi Quattrocchi viene trascinato un metro più in là, e il video mostra l’immagine in primo piano del viso insanguinato. «Riprendetelo ancora una volta», dice un rapitore. «È nemico di Dio, nemico di Allah», concludono in coro i terroristi.
I quattro italiani Irak furono sequestrati dalle Brigate verdi di Maometto, un gruppo sconosciuto prima. A sinistra li bollarono come «mercenari», che erano andati a cercarsela, ma il padre di Stefio, ex carabiniere, scese in strada con la bandiera tricolore chiedendo al governo di intervenire. Ieri, commentando il video, il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Gianfranco Fini ha detto: «Si dovrebbero vergognare coloro che dissero che Fabrizio Quattrocchi era un mercenario e un guerrafondaio, come ha fatto quel sindaco di Genova, la sua città, che non è andato ai funerali. Quattrocchi è morto da eroe».
I resti di Quattrocchi, 36 anni, vennero consegnati dopo lunghe trattative al commissario della Croce rossa Maurizio Scelli. Il 9 giugno i corpi speciali Usa, grazie alla soffiata di uno della banda, liberarono con un blitz gli italiani assieme a un ostaggio polacco. Uno dei terroristi era un nordafricano sulla trentina, probabilmente immigrato nel nostro Paese, che poi scelse la guerra santa. Quando portarono via Quattrocchi, tra i boia c’era anche lui.
Per ora il pubblico ministero Franco Ionta, che indaga sulla tragica vicenda, ha ottenuto due mandati d’arresto per Hamid Hilla Faoud al Gurari e Hamad Hallal Hamod al Obadi, i carcerieri dei tre ostaggi sopravvissuti arrestati dagli americani. È il primo passo verso l’estradizione, ma si tratta di pesci piccoli assoldati da Abu Zakaria, un ex membro dei corpi speciali di Saddam, per sorvegliare gli italiani.
Nel frattempo in Irak è continuata la mattanza degli attentati kamikaze. Ieri 28 agenti sono rimasti uccisi da due terroristi suicidi, che si sono fatti esplodere a Bagdad durante la parata per la festa della polizia.