Quegli angeli che salvano i cani dai lager

In Lombardia circa 90 canili ospitano 40mila animali abbandonati

Si chiama Mio, come un famoso formaggino. Questo nome gli è stato dato perché, quando è arrivato al Centro cinofilo La Maggiolina di Calò di Besana, in provincia di Milano, denutrito, disidratato, pieno di piaghe, con estese necrosi alle orecchie e cieco per un’infezione agli occhi, con la pelle nuda, quasi totalmente senza pelo, chi ha iniziato a prendersi cura di lui ha scoperto che adora il formaggio. Forse non solo a causa della fame, ma anche di una evidente carenza di calcio che ancora oggi, dopo un mese dal suo ricovero in questo centro dove, finalmente, ha trovato cure, cibo e amore, non gli permette di reggersi bene sulle zampe. Una deambulazione precaria e faticosa, determinata anche dalla cecità ancora parziale che gli vela lo sguardo. Per le sue condizioni è ancora difficile stabilire l’età di questo cane (forse 4-5 anni), impossibile indicarne la razza. Certo è che quando è arrivato al centro, il 12 maggio scorso, pesava meno di quattro chili. Quando è stato trovato, il 6 aprile, dall’Associazione Canili Lazio Onlus lui, un cane di taglia piccola, era chiuso in un box del Canile di Giuliano di Roma, Frosinone, insieme a un pastore tedesco e a un pastore maremmano. Come stupirsi delle piaghe che Mio ha riportato ovunque sul suo corpo?
L’iter che ha fatto approdare questo cane a Calò di Besana è quanto meno tortuoso. Le prime incongruenze si trovano nelle date dei suoi certificati. Viene catturato dall’accalappiacani di Castrocielo (Fr) e quindi iscritto all’Anagrafe canina del Lazio: il documento di registrazione (ossia l’assegnazione del microchip identificativo) porta la data del 30 marzo. Viceversa, nel certificato veterinario dell’Usl con il quale Mio è rilasciato all’Associazione Canili Lazio Onlus, la data dell’accalappiamento risulta essere il 6 aprile. Insomma, il cane risulta microchippato il 30 marzo ma accalappiato il 6 aprile, ossia registrato all’anagrafe prima di essere catturato dall’accalappiacani. Forse un errore di trascrizione, ma c’è chi vuole arrivare in fondo alla questione. È Silvia Sonino, responsabile del Centro cinofilo che ora ospita Mio e che, dopo avere avuto in consegna il cane dalla Onlus del Lazio, lo ha adottato e, stanca di vedere i tanti casi di cani tenuti in condizioni disperate nei canili, ha denunciato le autorità competenti del Lazio (Usl di Frosinone e il sindaco di Castrocielo) per fare chiarezza sulla vicenda di Mio. «Il cane - dice Silvia - ha avuto le prime cure solo dopo essere stato riscattato dalla Onlus, il 7 aprile. A me è stato consegnato il 12 maggio e, dopo solo una settimana che lo curavo ho iniziato a vedere i miglioramenti: l’infezione alle orecchie è regredita e il cane ha iniziato a prendere peso. Se è bastato così poco, viene da chiedersi cosa gli abbiano fatto (o non fatto) dal momento in cui è stato catturato a quando me lo hanno dato. La situazione è in continuo miglioramento, anche se un occhio resterà cieco e l’altro, affetto da atrofia della retina, rischia di fare la stessa fine».
Una storia, quella di Mio, che sembra essere emblematica di una realtà diffusa su tutto il territorio nazionale, compreso quello lombardo e milanese. I canili ufficiali stimati in regione oscillano tra gli 80 e i 90, per un totale di circa 40mila cani, cifra comunque sottostimata. «Bisogna tenere conto sia del sommerso, cioè dei canili abusivi - continua Silvia - sia della tendenza a non dichiarare i decessi dei cani». Sarebbe a dire che, siccome a ogni cane morto corrisponde una sovvenzione pubblica che viene meno, alcuni gestori di canili sono tentati di non segnalarne il decesso.
I numeri sono importanti, anche perché rivelano le condizioni in cui sono tenuti gli animali. «Con un finanziamento pubblico di circa 2-3 euro a cane - spiega Silvia - ai canili interessa tenerne il maggior numero possibile». E siccome la gestione degli spazi è onerosa e certamente non è pensabile poter curare e sfamare un cane con 2 euro, è chiaro che si risparmia come e dove si può. «I Cani - continua Silvia - possono essere ammassati anche in 7 in box di 5 metri quadrati, sul cemento, senza alcuna copertura, sia d’inverno che d’estate e se si ammalano spesso non sono curati. Le cause di morte non sono solo le malattie, ma anche il freddo e le aggressioni degli altri cani». Tempo fa si era parlato di varare una legge che fissasse a 200 il numero massimo di cani ospitabili in un canile. Ma questa legge non è mai nata. «Per poterci guadagnare - conclude Silvia che, nella sua struttura, ospita 60 cani - bisogna averne almeno trecento». A un massimo di tre euro a cane, i conti sono presto fatti.