In quegli anni Settanta lì, mi chiamavano "filosofo. E non era un complimento

Il decennio della libertà sessuale, del femminismo e dell'impegno riletto dal grande "cantattore" scomparso cinque anni fa

di Giorgio Gaber e Sandro Luporini

Per chi è più incline al pensiero piuttosto che alle palestre per il corpo, una buona ginnastica prima di colazione sarebbe quella di mandare al diavolo una teoria del giorno prima. Anche perché spesso nella pratica succede che... Ma cominciamo dall’inizio. Quella volta lì avevo, guarda caso, venticinque anni. Eravamo attorno al 1970, forse un po’ dopo. Stavo per laurearmi in filosofia e dividevo la casa con altri due laureandi più o meno della mia età. La mia ragazza che curiosamente si chiamava Maria, aveva appena lasciato anche lei la famiglia e abitava con una certa Gabriella. Mi pare facessero il secondo anno di Lettere Antiche. Tutte buone scelte per non correre il rischio di trovare lavoro.

Ci incontravamo tutti spesso nei dintorni del baretto dell’Università.

«Certo che gliela abbiamo fatta vedere a quella specie di professorino, eh?». Mi fa Maria con una certa soddisfazione. Erano tempi duri... per i professori, non per noi. «E come correva». Credo che l’avessero quasi spogliato il “professorino”. Per un benpensante di allora erano modi un po’ stravaganti per protestare contro la repressione e l’autoritarismo. Io condividevo in parte certi atteggiamenti, ma avevo molti dubbi sia sul fanatismo femminista, sia sul “viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tze Tung”. Per quanto riguarda invece il desiderio, anzi la necessità di “cambiare la vita”, ero uno di loro. I miei amici mi chiamavano anche “il filosofo”. Ma non era un complimento.

Contro la meschinità e l’ipocrisia della mentalità della generazione precedente io e Maria eravamo in perfetto accordo. La verità a tutti i costi, anche se può far male. Specialmente nella sfera sentimentale. Fine del tradimento piccolo borghese. Fine del «stasera c’ho una cena con un amico» che poi era quasi sempre una donna... Fine delle telefonate ambigue... «Sì, era Gianni etc...» Basta! Basta non era Gianni. Era una che mi piace, va bene? Ecco cos’è la pulizia. Se abbiamo delle sbandate, piccole o grosse, la prima cosa da fare è parlarne tra noi. La verità è la base di un rapporto di coppia.

«Ci vai alla manifestazione oggi pomeriggio?» le chiedo per telefono. Lei mi risponde che ha un po’ di febbre, ma figuriamoci se perde un’occasione del genere. Avevamo saputo che ci sarebbe stato anche Roy Goodman, l’analista inglese autore del famoso libro La liberazione del corpo.

La piazza non è affollatissima. Daltronde è una specie di sit-in organizzato dai gruppi femministi di autocoscienza. L’atmosfera è allegra e tranquilla, con qualche slogan isolato di alcune ragazze, un po’ provocatorio e a volte di dubbio gusto.

Al momento non succede granché, tranne il fatto di ritrovarsi un po’ tutti. C’è anche qualcuno un po’ più politicizzato che è venuto a curiosare e a fare un po’ di polemica. «Secondo te, che senso ha ’sta roba qua?». Mi fa Gigi, un militante di Lotta Continua che ho già visto da qualche parte. «Mah! - dico io - è la prima uscita delle donne. Sentiamo un po’ cosa hanno da dire». E aggiungo: «E già, tu se non c’è la guerra non ti diverti».

«Senti, filosofo - mi fa lui - io sono un compagno vero, tu invece, che non ti esponi mai, sei un socialdemocratico di merda».

«Ha parlato Che Guevara» dico fra me allontanandomi.

Ad un certo punto c’è uno strano bisbiglìo. Sta arrivando Roy Goodman. Tutti sono curiosissimi, ma fanno finta di niente. L’antidivismo è obbligatorio. Lui è un omone grosso con la barba e i capelli rossicci. L’ha portato qui una compagna dello stesso gruppo di Maria, una certa Lorenza, una donna piuttosto belloccia, molto disinibita e intraprendente in tutti i sensi. Il libro di Goodman l’abbiamo letto tutti e della sua Liberazione del corpo ne abbiamo parlato per ore. Io e Maria ci avviciniamo per presentarci. Allungo la mano per salutare. Lui non allunga la sua e si fa una bella risata. Devo aver sbagliato qualcosa. Me l’avevano detto che era un uomo intelligentissimo con delle stravaganze molto significative. Forse voleva dire che non è più tempo di presentazioni.

Sta andando giù il sole e comincia a fare un po’ freschino. La piazza si svuota lentamente. «Venite tutti a casa mia» fa Lorenza «c’è anche Roy». Maria preferisce andare a casa perché non sta bene.

«Allora ti accompagno» faccio io.

«No, no, tu vai pure, mi accompagna Gabriella, poi domani mi racconti».

Quella di Lorenza è una casa tipica delle ragazze di allora. Alle pareti c’è tutto un campionario di foto, manifesti e poster che vanno da Rosa Luxenbourg a Frank Zappa. I libri sono un condensato di rivoluzioni di tutti i tipi. Saremo in tutto una decina di persone, compresa la famosa Rosa. La Rosa, diventata ormai di casa in certe cene, è una ex contadina che canta canzoni popolari. Un genere molto gradito, allora.

Quando arrivano gli spaghetti... aglio, olio e peperoncino, Roy Goodman, il mostro sacro, è quasi davanti a me. Una specie di cinghiale di centoventi chili, ispido e barbuto. Anche se è tutto scamiciato suda e puzza un po’. Ma cosa vuoi che sia confronto alla poesia del ritorno alla natura. «Buono, buono, molto buono». Sembra proprio appagato. Mangia senza forchetta, direttamente con le mani, con la testa a tre centimetri dal piatto. Si sbrodola tutto. Non è un bello spettacolo. Daltronde lui si era “destrutturato”. Lo disse in un inglese un po’ masticato, ma riuscimmo a capire. Praticamente era tornato bambino. Un bambino di sei mesi col dono della parola. Ad un certo punto tira fuori un discorso sulla verità. È chiaro che questo mi interessa e, dato che capisco solo in parte, gli chiedo educatamente, che cosa intenda per “verità”. «What do you exactly mean by the truth?». Mi ha capito. Alza la testa dal piatto, mi guarda con i suoi occhi piccoli e penetranti e mi esplode in faccia un rutto terrificante. Io strizzo gli occhi e faccio un balzo indietro, annientato non so se dallo stupore o dalla vergogna. Tutti ridono divertiti.

«Bèccati questa, filosofo» mi fa io solito amico imbecille «lo sai vero cosa ti ha voluto dire, vuoi che te lo traduca in italiano?». Sì, sì, ho capito... la naturalezza, la spontaneità, il corpo... e tutta quella roba lì. Però che raffinato, eh?

Dopo un po’ la Rosa, con l’aiuto di una vecchia chitarra scalcinata, intona due o tre “Maremme amare” con una voce che piace molto al cinghiale per la sua sguaiata naturalità quasi animalesca. Comunque la Rosa viene sedata subito con uno spinello, anche perché son tutti ansiosi di fare qualche altra domanda al maestro. Io un po’ meno. La conversazione continua a fatica, mezza in italiano, mezza in inglese e fra un rutto e una risata c’è spazio anche per qualche discorso serio. Viene fuori il concetto di libertà. Certo, quella è sempre in agguato. Sono molto tentato di intervenire, sì, sono molto tentato, ma ho paura di un’altra delle sue sintesi corporali. Ecco, proprio ora un giovane analista molto preparato che siede accanto a lui non ce la fa a trattenersi: «What do you think about sexuality?». Il cinghiale lo abbraccia, lo stringe a sé con una forza brutale e gli appiccica un lungo bacio sulla bocca. Bel colpo! Un bacio pieno di residui di spaghetti, aglio, peperoncino, capelli, barba e altre schifezze. Ora il maestro, satollo e felice, si rotola per terra, cammina a quattro zampe e si spoglia completamente. La rappresentazione della Genesi, ovverosia... nudo come un verme. Siamo tutti un po’ sconcertati. Qualcuno ride imbarazzato. «Provocatorio, vero?» mi fa Lorenza. Sarà anche provocatorio, ma quando il bambinone fa la cacca sul pavimento ammutoliscono tutti.

A un certo punto si assiste ad un cambiamento di scena ancora più sconvolgente. Il professore Roy Goodman, è proprio il caso di richiamarlo così, guarda l’orologio. Il suo aereo parte tra un’ora. Lui ripulisce tutto, smette anche di sudare, si riassetta alla perfezione e se ne va salutando educatamente. Sembra proprio una persona per bene: «Dear friends. I have had a very nice evening. See you soon». Appena uscito si apre il dibattito. Per qualcuno è un genio, per qualcun altro ci ha preso per il culo. Siamo tutti un po’ perplessi. Comunque, se voleva stupirci c’è riuscito. Però, io non sono mica tanto sicuro che leggerò il suo prossimo libro.

La serata continua. Vino, spinelli, canzoni. La Rosa ne spara ancora due o tre, ma l’atmosfera non è più tanto favorevole. Uno le prende la chitarra e intona Yellow Submarine. Nello scontro i baronetti di Liverpool vincono nettamente contro le mondine del vercellese. Io sono un po’ frastornato, probabilmente ho fumato più di quanto non sia abituato a fare, e mi prende la classica botta di sonno. In silenzio mi allontano un attimo, vado in camera, sposto un po’ i cappotti e mi butto sul letto. Devo aver dormito un bel po’. Quando mi sveglio nella casa c’è un gran silenzio. Lorenza è accanto a me sotto le coperte. Un po’ meravigliato le faccio: «È già finita la rivoluzione?» e lei: «No, se vuoi puoi fermarti qui... se per te non è troppo rivoluzionario».

L’atmosfera di certe notti si trasforma al mattino in un brutto risveglio pieno di torpore, intontimento e anche sensi di colpa. Avevo fatto l’amore con Lorenza e non so neanche bene perché. Mi passò per un attimo nella mente l’idea di non dir niente a Maria. No, impossibile. Sarebbe stato come tradirla due volte. E non solo lei, ma tradire anche me stesso e tutte le cose che pensavo sulla verità e sulla pulizia del nostro rapporto. Dovevo affrontare la situazione e mi precipitai subito a casa di Maria che stava già meglio: «Dài su, raccontami. Com’è questo famoso Roy Goodman?». Ed io «Certo che è un personaggio, non c’è dubbio, ne ha fatte di tutti i colori». Ma lei vuole i particolari. Le racconto la serata e anche se sento di non essere molto brillante, lei ride divertita. «Senti Maria, io devo dirti una cosa... ». Il tono della mia voce fa sì che lei cambi subito umore: «Perché, cosa è successo?». «No, niente, sai... avevo un po’ bevuto, qualche spinello... ma sento proprio che devo dirtelo... no, non è che sia una cosa importante, una leggerezza. Lorenza la conosci... ci siamo trovati sul letto e... insomma, abbiamo fatto l’amore». Maria abbassa gli occhi e con un filo di voce: «Ah, ho capito». «Capisci - dico io - anche se è una cosa che non lascia tracce, non potevo far finta di niente. Ci tengo troppo a noi due». E lei: «Sì, certo. Anzi ti ringrazio di avermelo detto. Scusa un attimo, vado in bagno». Mi sembra che l’abbia presa abbastanza bene. Certo, quando si riesce a costruire un rapporto chiaro, basato sulla comprensione e sulla verità, si supera qualsiasi ostacolo.

Dopo qualche secondo si sente... «Aiuto!». Corro in bagno... «Maria, cosa hai fatto?». Maria si tiene con la mano il polso da dove esce un po’ di sangue che gli ha già sporcato il vestito. Cerco di tamponare la ferita, le lego un fazzoletto al braccio con una certa presenza di spirito, ma dentro di me sono molto confuso. Ma tutte le nostre nuove teorie... sulla verità, sulla libertà sessuale, sulla liberazione del corpo, dove ci portano? Ora lo so: al pronto soccorso. C’è uno strano senso di purificazione ad uscire da un ospedale accanto ad una donna con un piccolo polso fasciato. Senti dentro di te come una tenera porzione di esistenza. Io non ho mai saputo bene cosa voglia dire “esistenza”. Però qualche volta per un attimo l’ho avvertita. Comunque quasi sempre in momenti assolutamente... “non filosofici”. Per fortuna la vita è assai più misteriosa.