Quegli assassini tornati dal passato

Se mai li prenderanno, se mai li chiuderanno in carcere, fra qualche anno i loro avvocati chiederanno un gesto di umanità nei confronti di persone nuove e diverse, pienamente consapevoli e profondamente segnate dall’enormità dello stupido gesto. Ed effettivamente, fra qualche anno, a conclusione di quel lacerante laboratorio spirituale che parte dalla colpa, passa per l’espiazione e sperabilmente si conclude con la redenzione, sì, persino gli assassini idioti di Cassino saranno uomini nuovi e diversi. Il problema, come in tanti altri casi, sarà spiegarlo ai parenti di Natale Gioffrè, l’ultimo vincitore di questa odiosa lotteria italiana, enormi pietre messe in palio da vigliacchetti annoiati in una noiosa serata d’estate. Più che altro sarà un problema spiegarlo al figlio, che quella notte c’era.
L’incubo che ritorna, l’incubo che avevamo esorcizzato - o forse semplicemente rimosso - dopo la funerea epopea degli anni Novanta, si porta subito dietro la banalissima domanda di allora: perché? Perché organizzare con tanta leggerezza queste spietate roulette russe dai cavalcavia d’estrema provincia? I telepsichiatri ci hanno spiegato quasi tutto, sul vuoto di una certa età e di certi branchi alla deriva. Ma a rendere veramente efferato il lugubre gioco del lancio è soprattutto un elemento, che emerge nitido e raggelante dalle mosse di questi sanguinari giocherelloni: la totale incoscienza, l’inconsapevolezza assoluta, del peso specifico di quanto manipolano. Che non sono i massi, ma qualcosa di molto più ponderoso: la vita e la morte. Vai a sapere: a forza di considerare facile e leggera la morte dei videogames, dei film d’azione, della teleinformazione, davvero può diventare complicato distinguere. Cogliere la differenza. Rendersi conto di quanto importante sia una vita, e di quanto grave sia una morte. Così, succede che quasi sempre gli allegri e ineffabili assassini delle nostre cronache realizzino compiutamente soltanto dopo, dopo il sangue vero e il lutto vero, dentro le mura di una galera. Solo allora, terminato il doloroso percorso culturale, realmente diventano persone diverse. Forse. Ma come spiegarlo agli inermi bersagli del loro farneticante tiro a segno notturno, fosse anche tra vent’anni?
Anche se usciamo da una tregua, anche se brancoliamo un po’ nelle polveri del passato, tutto torna fuori con forza. Come fosse ieri. Vent’anni fa esordirono a Desio, nella Brianza milanese, massacrando una bimba che viaggiava in braccio alla mamma. Poi, come dimenticarlo, l’esplosione di una vera e propria moda, feroce quanto stupida. Emuli di tutte le contrade e di tutte le specie, mossi - e come no - «dal vuoto e dalla noia», trasformarono i viaggi italiani in una subdola angoscia, come se già non bastassero le imboscate di una viabilità caotica. Per un lungo tempo ci siamo ritrovati tutti a guardare con apprensione verso l’alto, toccando il freno e un po’ zigzagando quando sul cavalcavia comparivano figure umane, quanto meno per complicare i problemi di mira. Paure e rimedi vagamente patetici e inconfessabili, ma segno innegabile di psicosi strisciante. E le ringhiere innalzate precipitosamente, e i cartelli per la numerazione di ogni singolo viadotto, così da rendere più facile l’identificazione del luogo e la rapidità dell’intervento? Un crescendo di eccitazione collettiva culminato nel famoso processo di Alessandria, con i tre fratelli e il loro cugino, tutti quanti di Tortona, tutti quanti regolarmente molto annoiati, condannati a una ventina d’anni per una lotteria riuscitissima: la vincitrice, la trentenne Letizia Berdini, veniva col marito addirittura da Civitanova Marche, ed era diretta a Parigi, ma si trovò così casualmente e spietatamente puntuale con la sorte da rimanerci per sempre, sotto il cavalcavia della Cavallosa. Era l’apice di una casistica terribile. Da quella volta, dall’eclatante epilogo a colpi di guerre giudiziarie, ci siamo messi comodi.
Abbiamo rimosso tutto dalla memoria, anche se ringhiere e cartelli sono sempre là, lungo le nostre autostrade, strani monumenti ad una stagione inverosimile. Una stagione cupa che credevamo risolta. Che ci siamo illusi di chiudere a chiave nel passato. Stupidamente. In ogni luogo, in ogni stagione, ci sono umani in cerca d’emozioni strane. Di qualunque genere, a qualunque costo. Come Unabomber - che almeno qualche problema serio deve avere, nel cervello -, come le bestie di Satana, come questi lanciatori di ritorno, c’è chi si emoziona inventandosi arbitro spietato nella storia singolare, unica e irripetibile del primo che passa. Killer doppiamente spietati e doppiamente imperdonabili, perché senza un perché.
Adesso, davanti all’incubo che ritorna cinico sul nostro Ferragosto, ci siamo subito aggrappati collettivamente alla cosiddetta ipotesi alternativa, il masso che rotola da un camion di passaggio. La tragica fatalità, che in qualche modo tranquillizza. Le indagini sono in corso: forse, chissà. Certo è decisamente diverso, decisamente più penoso, ricominciare da capo: gli appostamenti della Stradale, le videocamere, le barriere innalzate, i cartelli numerati, e quello strisciante brivido che sale in macchina con noi, spingendoci ai rimedi infantili del timido zigzag sotto il cavalcavia sospetto...
Si ricomincia? Sì, probabilmente si ricomincia con la lotteria. Nella prima metà del Novecento, Emilio Cecchi descriveva in questo modo sublime la precarietà dell’esistenza: siamo tutti appesi ad un filo in un gioco di rasoi. La storia cammina. Noi della civiltà autostradale siamo messi pure peggio: siamo tutti appesi ad un filo in un gioco da ragazzi.