Quegli eroi per mestiere infangati in tv

di Cristiano Gatti

Adesso che hanno smesso di scavare come talpe frenetiche e instancabili, adesso che hanno tirato fuori fino all’ultimo aquilano disperso, è giusto che l’Italia dica il suo grazie più riconoscente ai Vigili del fuoco. Bisogna farlo soprattutto in queste ore, mentre sembra un poco sfumare l’emozione stringente del dramma e mentre sale fastidioso il coro dei processi salottieri. Mi offro volontario per questa operazione gratitudine, che è prima ancora un’operazione verità: avendoli visti all’opera, sento il dovere civico di testimoniare su quale impareggiabile patrimonio di sacrificio e di altruismo, ma anche di organizzazione e di efficienza, questa nostra nazione possa contare in tutti i suoi momenti più critici e in qualunque angolo del suo territorio. E poco male se alla fine di questo elogio pubblico anch’io finirò nella singolare galleria che il buon Travaglio, con consueto garbo da canaro, ha definito «una marea di messe cantate piene di retorica, piene di sciacalli veri».
Come sciacallo vero, sono qui a raccontare con ammirazione, senza stupida retorica, di un tizio veneziano sulla trentina, papà di due bambini e di una terza in arrivo, all’anagrafe Claudio Ippolito. Costui è un pompiere (spero nessuno si offenda se li chiamo ancora così, come ho imparato da piccolo) dal fisico normalissimo, abbastanza magro da far sembrare vuota la tuta da lavoro. Tutt’altro che un Rambo, per essere più chiari. Ma quello che gli ho visto fare in quelle giornate, lui assieme ai suoi compagni, non lo scorderò nemmeno campassi cent’anni. Per ore e ore, il padre di famiglia Claudio si è infilato in pertugi bui e sinistri, tra macerie precarie e traballanti di una casa vicina alla famigerata via XX settembre, cercando esseri umani. Vivi o morti, sperando fossero vivi. Fuori, i colleghi fungevano da catena umana per rimuovere macerie e per mettere in sicurezza la catasta di travi e mattoni. Uno di loro stava sempre con il fischietto in bocca, per avvertire tutti quanti delle scosse che molto più puntuali dei nostri treni arrivavano a seminare nuova angoscia. Ma lui, sempre là sotto. Sparito negli abissi delle rovine, infilato nelle fessure più assurde. Il premio di tanto lavoro, di tanta abnegazione, di tanta generosità, arrivava il martedì sera: dall’inferno della casa, chissà come, usciva ancora viva Eleonora. L’immagine che noi, dall’esterno, possiamo ricordare è quella di un parto. Tale e quale. Il pompiere Claudio che fa da ostetrico e tira con tutte le sue forze, lo stretto pertugio che a un certo punto riesce a espellere una nuova vita. La seconda vita di Eleonora. Quella sera, il pompiere commenta davanti a qualche microfono nel modo più semplice: «Il sorriso della ragazza vale più di qualunque premio. Dà un senso al mio lavoro».
Finita qui? No, non finisce mai nulla, all’Aquila, in quelle ore. Per un disperso ritrovato, altri da cercare. I pompieri si danno qualche cambio, si alimentano, si riposano un minimo. Ma l’azienda delle ricerche non si ferma, tanto meno la notte. La mattina dopo il pompiere Claudio è di nuovo là sotto. La terra trema, noi civili - e anche un po’ conigli - scappiamo in mezzo al prato, ma lui sta sempre là sotto. I suoi compagni, come trepidi fratelli, ad assisterlo in ogni fase del lento scavo. A fine mattinata, altri parti, purtroppo questa volta senza sorrisi: tornano in superficie una coppia di coniugi e l’amica di Eleonora, loro però morti. Nel silenzio funebre, i pompieri portano a termine la pesante missione, senza mascherare il senso di dolore e di sconfitta davanti alla crudeltà del terremoto...
Mi rendo conto che raccontare il lavoro del pompiere Claudio rischia di creare il mito dell’eroe. Ecco, è un errore che voglio evitare. Parlo di Claudio come potrei parlare di tutti gli altri pompieri italiani, e credo di non essere smentito dicendo che qualunque aquilano potrebbe fare lo stesso, testimoniando di quanto lavoro, di quanta qualità, di quanta umanità questo corpo dello Stato sia capace. Mentre Claudio e i suoi compagni cercavano Eleonora là sotto, in superficie ho parlato a lungo con i colleghi del turno di riposo. Mi hanno raccontato la loro vita, i loro problemi, il loro orgoglio. Ascoltandoli, ho scoperto cose molto interessanti. Tanto per dire, qualche dato. I nostri vigili del fuoco sono 32mila, divisi in 22 direzioni regionali, 103 comitati provinciali, 600 distaccamenti e 11 nuclei elicotteri. È un’organizzazione che tutto il mondo ci invidia, perché pensa e agisce come un sistema unico, a livello nazionale. Quando un’emergenza scatta in qualunque zona del Paese, è tutto il sistema, nel suo insieme, a rispondere: se succede all’Aquila, arrivano da Udine a dalla Liguria, dalla Sicilia e dalla Puglia. Neppure i mitizzati vigili del fuoco americani possono vantare un’organizzazione tanto flessibile e tanto sofisticata. Loro, come i francesi, intervengono solo a casa propria. I newyorkesi sono fenomenali, lo sappiamo. Ma quando arriva l’alluvione a New Orleans e il loro intervento servirebbe come il pane, non è previsto intervento: devono arrangiarsi in sede locale. Ognuno lavora nella propria area di competenza. Mentre i sinistrati sognano, senza saperlo, il singolare modello italiano.
Ancora: i nostri pompieri si formano in una scuola nazionale, a Montelibretti, nel Lazio. Tutti i vigili, da Siracusa a Trieste. Sono istruiti allo stesso modo e sanno fare le stesse cose. Sei mesi di addestramento base, altri mesi per le specializzazioni. Imparano persino la psicologia dei singoli interventi, perché soccorrere creature umane non è come spegnere un fuoco o prendere un gatto dalla pianta.
Lo immagino, a questo punto tutti vogliono conoscere la retribuzione. Non c’è mistero: 1.300 euro (mediamente) per i “caschi neri” (diciamo vigili semplici), 1.500 per i “caschi rossi” (capisquadra), 1.700 per i “caschi argento” (funzionari). La richiesta d’arruolamento è biblica: per un concorso di 300 posti - anche in questo caso, i concorsi arrivano col contagocce - possono accumularsi 200mila domande. Spiega Luca Cari, il portavoce dei pompieri: «Certo c’è anche chi lo considera un lavoro come un altro. Ma basta il primo giorno in caserma per scoprire che serve la vocazione». Mi parla di valori, di senso del dovere e di spirito di sacrificio. Sì, anche di orgoglio d’appartenenza: al corpo dei Vigili del fuoco, all’Italia, allo Stato...
Potrei continuare a lungo, ma mi fermerei qui. Tanto dovevo, con il più sentito grazie. Può pure darsi che tutto questo diventi materiale magico per l’iconoclasta Vauro, il satiro di Santoro che per azzeccare una vignetta deve farne dieci (magari, se va a ripetizione da ElleKappa, gli riesce di alzare la media). Può pure darsi che la premiata ditta Santoro&Travaglio, la prossima volta, riesca a dimostrare quanta inefficienza, quanta sciatteria, quanta corruzione si annidino anche tra i pompieri d’Italia. Ma francamente me ne importa poco. Li ho visti all’opera, sotto le macerie, senza tante chiacchiere. Questo mi basta. Lo dico senza acredine: mi sento molto più rassicurato dai pompieri Claudio che dagli incendiari dell’Annozero.