Quegli esperti che criticano senza ragione

Paolo Armaroli

In vista del referendum sulla riforma costituzionale del governo Berlusconi, approvata in via definitiva dal Parlamento il 16 novembre scorso, stanno scendendo in campo diversi costituzionalisti. La maggioranza di costoro sostiene, in commovente unità d’intenti con il centrosinistra, che è una schifezza e merita di essere cancellata a furor di popolo. Ora, non tutti i cittadini che nel prossimo giugno voteranno per il referendum hanno trovato il tempo di fare un corso accelerato di Diritto costituzionale. Perciò molti di loro saranno indotti a concludere che se queste critiche corrosive hanno l’avallo della scienza, vorrà dire che hanno un loro fondamento. Il guaio è che ci sono costituzionalisti che commentano una riforma che non hanno mai letto. O, per meglio dire, che non hanno letto nella sua versione definitiva.
Tra costoro non ci sono dei Pinco Pallino qualsiasi. Basterà citare un costituzionalista di tutto rispetto come Alessandro Pace, con tanto di cattedra alla Facoltà di Giurisprudenza della romana Sapienza. In un articolo lungo come un lenzuolo apparso su Europa prende un paio di granchi grossi come una casa. Sostiene che il primo ministro non avrà bisogno della fiducia della Camera dei deputati. No, le cose non stanno affatto così. Difatti il primo comma del novellato articolo 94 recita: «Il primo ministro illustra il programma di legislatura e la composizione del governo alle Camere entro dieci giorni dalla nomina. La Camera dei deputati si esprime con un voto sul programma. Il Primo ministro ogni anno presenta il rapporto sulla sua attuazione e sullo stato del Paese».
Questo abbaglio del Nostro ha la sua brava spiegazione. Chino sulle sudate carte, evidentemente Pace non aveva sott’occhio il testo definitivo della riforma ma quello presentato dal governo Berlusconi al Senato il 17 ottobre 2003, confermato sul punto dall’assemblea di Palazzo Madama, ma modificato nei termini sopra riportati dalla Camera dei deputati. Come le ciliegie, un abbaglio tira l’altro. Così Pace afferma che la riforma ha eliminato la controfirma ministeriale sugli atti presidenziali. No e poi no. In effetti il testo governativo, confermato dal Senato, stabiliva che determinati atti presidenziali puntualmente elencati non sono proposti né controfirmati dal primo ministro o dai ministri. Ma poi la Camera ha soppresso l’articolo 24 e pertanto è stato cancellato anche il comma del quale si è appena detto. Vale la pena ricordare che a questa bocciatura ha contribuito il centrosinistra, che pur di fare dispetto al governo si è comportato come quel marito che si evirò per non dare soddisfazione alla moglie. Difatti tra gli atti presidenziali “liberi” la riforma prevedeva anche quello di grazia, che avrebbe perciò consentito a Ciampi di concedere quella grazia a Sofri tanto caldeggiata a parole dall’Unione di Prodi.
Già che c’era, Pace ha voluto mettere due belle candeline su questa torta. La prima: si è stracciato le vesti perché la riforma denomina l’inquilino di Palazzo Chigi «primo ministro (e non più presidente del Consiglio dei ministri, come è sempre stato designato dal 1948 in poi, con la sola parentesi del fascismo)». Ora, non ci risulta che Pace si sia scandalizzato quando il diessino Salvi, relatore sulla forma di governo ai tempi della commissione bicamerale presieduta da D’Alema, nel suo testo denominò primo ministro l’attuale presidente del Consiglio. Fascista pure lui? La seconda candelina: Pace trova perfino da ridire sul fatto che la riforma costituzionale prevede che per ogni sua futura modifica il referendum sia obbligatorio a prescindere dalla maggioranza ottenuta in Parlamento. Altro che «concezione plebiscitaria», come non si perita di affermare. Quasi che restituire lo scettro al popolo sovrano fosse un delitto.
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