Quegli esuli sono schiavi della politica

Il primo impulso, leggendo del rientro dei profughi sudanesi, è quello di criticarne l’apparente protervia. Hanno cercato di entrare illegalmente in uno Stato sovrano, la Svizzera, hanno tentato di resistere alla sua forza pubblica, ma si lamentano di essere stati trattati come fuorilegge. Appena in Italia, sono stati accolti con umanità e spirito di solidarietà, hanno loro tolto le manette che serravano i polsi. Hanno loro offerto un asilo dignitoso, che tanti italiani non sempre riescono ad avere. Tutto questo, la sensibilità concretamente dimostrata per la loro condizione, è forse riuscito a placarli? Proprio no, i profughi alzano sempre la posta, la soglia delle loro richieste. A loro non vanno bene le regole dell’asilo di via Ortles, chiedono di più, esigono qualcosa che le istituzioni non possono assicurare.
Sono schizzinosi, lo status di profughi dovrebbe garantire, come una bacchetta magica, soluzioni fantastiche in un mondo meraviglioso, in questa Italia che è l’avanguardia mediterranea di un Occidente che cola latte e miele. E che cosa ci vuole? Basta imbarcarsi sulle coste africane del mare di mezzo, su una bagnarola capace di tenere per qualche giorno e fare rotta su Lampedusa. Il resto è come esigere il pagamento di una cambiale. Siamo profughi, fuggiamo dalla guerra civile e dall’oppressione, fuggiamo dagli incubi che italiani ed europei avete riservato alla letteratura e al cinema.
È singolare che la gente che abbiamo accolto brandisca come una clava aspettative irreali (non sono diritti). Sono fuggiti da terre in cui le istituzioni non riconoscono alcuna ragionevole speranza ai sudditi (non cittadini), hanno conosciuto polizie che stimano la vita e la dignità delle persone come un soldo bucato, hanno fatto i conti con violenza, ferocia, oppressione. E da noi affrontano i fastidi di una condizione difficile, ma che tuttavia non sono paragonabili alle sofferenze e alle privazioni che si sono lasciati alle spalle. E tuttavia protestano, esigono, fanno le manifestazioni che nel loro Paese non avrebbero mai pensato di organizzare. Perché? E’ facile rispondere: qui da noi, in una terra di diritto e di rispetto per le ragioni dell’uomo, si sono imbattuti in una forma infame della politica, che li usa. Sono ancora schiavi e non lo sanno.