Quegli incroci pericolosi tra Luigi e Tonino

Massimo Malpica

Incroci pericolosi sul filo del conflitto d’interessi. A percorrerli l’ex pm più famoso d’Italia, Antonio Di Pietro, e l’ex pm più discusso del momento, Luigi De Magistris. Le loro rotte si sono già sfiorate in passato, più volte, ben prima dell’ultimo idillio elettorale. Il «matrimonio» politico stava per celebrarsi nel febbraio 2008, e fu proprio De Magistris a render pubblico l’abbocco: «Di Pietro mi ha chiesto se volessi candidarmi in Parlamento. Gli ho risposto di no, dicendogli che voglio continuare a fare il magistrato». Nel giro di un anno ha cambiato idea. Estromesso dalla sua procura, privato della «sua» inchiesta, è finito al Tribunale del riesame di Napoli. Dove la strada s’è incrociata di nuovo con il leader Idv. Tonino ha infatti visto il figlio e molti notabili del suo partito coinvolti in un filone di quella stessa Appaltopoli partenopea che ha riportato in prima pagina proprio De Magistris, relatore della decisione del Riesame che confermava il carcere per Alfredo Romeo e lanciava pesanti accuse a Francesco Rutelli.
Su questo «conflitto d’interessi» il Codacons ha impugnato al Tar il via libera del Csm alla candidatura di De Magistris: «Prima di dare l’ok alla candidatura avrebbe dovuto accertare» che la scelta di scendere in politica «non sia stata presa quando il magistrato decideva sulla vicenda Romeo, nella quale risulta implicato anche il figlio di Antonio Di Pietro». Il tutto, proprio per evitare sospetti e dietrologie. Ma il «conflitto d’interessi», però, non riguarda solamente i rapporti tra i due ex pm ma passa anche per il tramite di Antonio Saladino, indagato principe dell’inchiesta Why not. Mentre era sotto la lente dell’inquirente De Magistris, Saladino si incontrava più volte con Di Pietro. Il quale, dopo aver affermato che dell’indagato non ricordava «né il nome né il volto né chi sia», di fronte alle precisazioni dello stesso Saladino con riferimento a tre faccia a faccia, ammise gli incontri. Scoprendosi garantista: «Non so se Saladino abbia commesso qualcosa di penalmente rilevante e mi auguro che non sia così - disse Di Pietro - i miei rapporti con lui non sono stati né opachi né illeciti. Solo incontri elettorali, senza alcun altro fine». Saladino da un lato ricambiò il favore, raccontando al Riformista di aver fatto addirittura fatto saltare un appuntamento perché, avendo ricevuto un avviso di garanzia, non riteneva opportuno incontrarlo «per non creargli imbarazzo». A sollecitare l’incontro, per Di Pietro, fu un certo Angelino Arminio, la stessa persona indicata da Nicola Mancino quale suo collaboratore, autore di una telefonata a Saladino considerata «sospetta» da De Magistris. E ancora. Successivamente Saladino ha spiegato che degli incontri finalizzati ad accordi elettorali con Tonino vi era «ovviamente ampio riscontro nelle conversazioni telefoniche intercettate». Telefonate che, però, non si trovano negli atti depositati, e che hanno evitato a Di Pietro processi mediatici puntualmente devastanti per chiunque si fosse solo avvicinato a Saladino. Gli esempi si sprecano. Tra i tanti, quello dell’ex presidente dell’Anm Antonio Luerti, costretto alle dimissioni per aver incontrato accidentalmente, negli uffici del ministro in via Arenula, l’indagato che era in visita al Guardasigilli. Anche delle pagine delle agende sequestrate a Saladino da De Magistris, sulle quali - secondo il periodico Tempi - vi sarebbero stati appuntati gli incontri con Di Pietro, non s’è più saputo niente. Appena 4 mesi fa, infine, Di Pietro annunciò in pompa magna il divieto di candidarsi nell’Idv per chiunque fosse indagato. Ora che il suo nuovo «pupillo» De Magistris è sotto inchiesta a Roma, Tonino è di fronte a un dilemma. Escluderlo, oppure fare uno strappo alla regola. Come ha fatto per se stesso quando era finito lui indagato per le frasi su Giorgio Napolitano e la mafia.