Quegli inutili dispetti a Washington

È troppo dire che gli americani se lo aspettavano? Realisticamente no. Fin dal primo momento il governo Prodi nulla ha fatto per ispirare una particolare fiducia a Washington e dintorni. E non soltanto per la formula che esso incarna, di centrosinistra. Dello stesso colore era, grosso modo, il governo D’Alema che dieci anni fa filò d’amore e d’accordo con la Casa Bianca, perlomeno o soprattutto in Jugoslavia, l’Irak dell’epoca. Certo, allora c’era Clinton e oggi c’è Bush, ma il «gemellaggio ideologico» fra il Partito democratico Usa e il coacervo «progressista» italiano è stato fin dall’inizio un equivoco oppure un giochetto, un meccanismo propagandistico da parte degli uni e il benevolo, rarefatto e distratto assenso degli altri. La scompaginata compagine guidata da Romano Prodi si presentava fin dall’inizio diversa e, dal punto di vista americano, peggiore: per la presenza oggi determinante di Rifondazione che allora stava all’opposizione e per il differente «posizionamento» del presidente del Consiglio ieri dimissionario, che non è un «moderatore» bensì il mediatore fra Sinistra ed Estrema Sinistra. Le aspettative di Washington, insomma, non erano alte, neppure prima che si precisassero i motivi di disarmonie.
Ma tutto è andato peggio del previsto per una serie di motivi ben noti ai pessimisti americani, che sono almeno due. Il primo è che il governo Prodi ha cercato fin dall’inizio di profilarsi proprio nella politica estera, evidentemente anche per coprire in questo modo la sua prevedibile debolezza e le sue incredibili oscillazioni in altri campi e in particolare nell’economia. Screzi fra Washington e Roma ce n’erano stati altre volte, come è inevitabile in un’alleanza che dura da mezzo secolo. Basti pensare all’episodio che è passato alla storia sotto il nome di Sigonella. Ma allora queste cose si cercava di sdrammatizzarle mentre oggi si sottolineano. In molti altri alleati europei la presidenza Bush ha incontrato critiche e ostacoli, in parte inevitabili, in parte esacerbati dal linguaggio troppo esplicito e troppo poco diplomatico di Rumsfeld e dei suoi; ma si trattava e si tratta quasi esclusivamente dell’Irak, che è sì un tema bruciante ma che poteva essere in qualche modo circoscritto. La frizione fra i governi americano e italiano è stata invece aggravata senza necessità dall’ansia di almeno una parte delle componenti del centrosinistra di accentuare la «svolta», giocando ad esempio l’Europa contro gli Stati Uniti e l’europeismo contro l’atlantismo. E si è così estesa a settori su cui le polemiche erano invece evitabili e che molti alleati europei hanno evitato. A poco a poco ci si è incamminati così verso l’intrico attuale, in cui all’«effetto Irak» si sommano le diverse posizioni sulla Palestina, il protagonismo di Prodi sul Libano, la spina irritativa della defezione italiana al Consiglio di sicurezza dell’Onu nella forma di un tacito appoggio alla candidatura di Chavez, il girotondo di posizioni italiane sull’Afghanistan e, infine, lo scontro sulla base Usa a Vicenza.
Questo governo italiano è apparso così sempre di più agli occhi di Washington come mosso da un «protagonismo» irrealistico e non commisurato alla serietà di molti di questi temi. I non molti esperti americani di politica italiana hanno colto ben presto il movente forse principale di tante iniziative causa di irritazione: il desiderio di Prodi di dare «segni di discontinuità» rispetto agli anni di Berlusconi. Normalmente al passaggio di mano dei poteri in una democrazia si accompagna lo sforzo, magari non sempre riuscito, di attutirne le conseguenze sulla politica estera: esempi classici il «cambio della guardia» fra Mitterrand e Chirac in Francia, fra Major e Blair in Gran Bretagna, fra Schröder e la Merkel in Germania. C’è un modo di dire americano: «la politica si ferma alle coste», che da noi sarebbero, più modestamente, le frontiere. In questo caso invece la politica estera è diventata il marchio di fabbrica del governo Prodi, il tema sempre più predominante delle concordie e delle discordie in una coalizione fra nove partiti. Si è voluto, insomma, reclamizzare il «cambiamento» soprattutto nei rapporti con l’America, si sono voluti mettere in primo piano gli eventi e le riflessioni che ogni normale governo si sforza di velare o ridimensionare. A Washington non sarebbe comunque potuta piacere la «filosofia» del governo Prodi nella politica internazionale, ma si è giudicato irresponsabile che alcuni ministri e leader di partito attaccassero Bush «per far dispetto a Berlusconi».