«Dentro quegli orfanotrofi tenuti nascosti gli abusi»

La psicoterapeuta che li ha visitati: «I maltrattamenti sono frequenti»

Lei, in Bielorussia, c’è stata. La dottoressa Elisabetta Mottini, psicoterapeuta con una lunga esperienza in psicopatologie infantili e rapporti di affido, lavora da anni per una delle maggiori associazioni di famiglie ospitanti. Ha incontrato centinaia di bambini bielorussi delle zone di Gomel, Minsk, Babici, Rovenskaya. Ha visitato i loro istituti, incontrato i loro insegnanti e le assistenti sociali che li seguono in patria. Ma soprattutto ha visto gli «internat«, gli orfanotrofi.
Come sono dottoressa? Molte famiglie dicono che sono strutture comunque accoglienti, dignitose...
«Mah, intanto sia chiaro, non è facile visitarli davvero. I responsabili di queste strutture fanno incontrare i bambini in spazi ben definiti. Diciamo che i piccoli vengono spostati in stanze più accoglienti quando fanno loro visita le famiglie italiane. Io direi che è corretto dire che gli internat sono impenetrabili».
Qualche esempio?
«L’associazione per cui lavoro ha fatto una importante colletta per dotare uno di questi istituti di servizi igienici, visto che i bambini venivano mandati nei prati estate e inverno. Ebbene, i bagni ora ci sono, ma vengono chiusi a chiave, li aprono soltanto quando arrivano a far visita le famiglie».
Sembra un lager.
«No, non lo dico affatto. Semplicemente racconto la mia esperienza e sostengo che non tutte le situazioni sono uguali, ma che in qualche caso la povertà anche morale della popolazione mina il futuro di questi bambini».
Lei ha mai avuto notizia di maltrattamenti?
«Sì, ce ne sono. È innegabile e tante famiglie potrebbero testimoniarlo. Tanto per i piccoli che vivono ancora nelle famiglie, tanto per quelli ospitati negli "internat". Succede perché in Bielorussia una grossa fetta della popolazione maschile è dedita all’alcolismo, alcuni padri di famiglia vanno all’estero a cercare fortuna, le donne sopravvivono con compagni occasionali. E i bambini sono le vittime di tutto questo, come il caso di una ragazzina ospitata da una signora di Torino che a 14 anni si prostituiva ed era dedita all’alcol dopo essere stata sistematicamente picchiata dal compagno della madre. La ragazzina aveva anche una deformazione alla bocca provocata da lacerazioni che le erano state procurate dall’uomo per impedirle di gridare».
Un caso isolato?
«Per la mia esperienza non direi, anzi, frequente. Dobbiamo pensare che in un paese povero la situazione sfugge al controllo molto di più che da noi».
E le assistenti sociali bielorusse?
«Non so se sia un problema di competenze professionali o una precisa volontà di non voler dire, fatto sta che le schede sanitarie che ci mandano per accompagnare i bambini che arrivano in Italia non dicono mai di quali patologie soffrano questi piccoli».
Li presentano tutti come bambini sani?
«Sì, invece spessissimo presentano gravi deficit di sviluppo cognitivo e di apprendimento dovuti alla mancanza di rapporti affettivi negli istituti. Ma ci sono anche patologie diverse, di tipo fisico da deprivazione alimentare. Per esempio nessuno in Italia riesce a sapere per vie ufficiali quali esperienze abbia il bambino in patria, da dove provenga, se abbia o meno una famiglia e di che tipo. I problemi non vengono segnalati e questo le famiglie italiane lo sanno bene perché noi per aiutarle ad affrontare l’ospitalità organizziamo spesso incontri informativi con loro».