Quegli scheletri dentro l’armadio

Forse sarà invocata la privacy. Forse qualcuno attribuirà a un estremo rispetto per le altrui opinioni la riluttanza dei veltroniani di casa Ds a rendere note le liste di chi, nelle primarie del 2005, si pronunciò per Prodi. I pensieri e le scelte d'allora meritano, dirà qualcuno, d'essere coperte da un manto di riservatezza. Accipicchia. Nobile gesto, una severa risposta al chiasso molesto delle intercettazioni. Ma il mondo, si sa, è affollato da gente maliziosa che non ha un'altissima opinione del costume pubblico italiano; e che osa attribuire il diniego di quei nominativi a motivazioni di bottega, o di retrobottega: sottintendendosi con questo termine il peggio della politica politicante.
È rivelatore - e sorprendente solo per gli ingenui - che l'altolà alla divulgazione d'elenchi partitici o correntizi venga da chi ha tuonato per decenni contro i misteri d'Italia e i fascicoli dei «servizi» deviati, da chi ha preteso ad altissima voce la massima trasparenza, solo rannuvolandosi se la trasparenza nuoceva a Massimo D'Alema o a Piero Fassino. Da quei pulpiti ideologici si è tuonato contro gli «armadi della vergogna» in cui erano custoditi documenti riguardanti crimini e criminali di guerra (per intenderci solo crimini nazisti e fascisti, nulla di cui indignarsi e su cui documentarsi per i crimini post-Liberazione nel cosiddetto triangolo della morte e altrove). Pagine tragiche che appartengono al passato. Ma non sarà che, nella loro piccola attualità veltroniana, i Ds hanno gli armadi della menzogna?
Il segreto su carte che non hanno alcun contenuto sensazionale o diffamatorio (e dopo che perfino il Quirinale ha resi pubblici i suoi bilanci, in passato avvolti da una blindatura sacrale) suscita illazioni. Che sono l'equivalente politico e polemico degli indizi nei processi. Meno che prove, più che chiacchiere.
Illazione numero uno. I sostenitori del sindaco di Roma rifuggono dal fornire le liste dei votanti nelle primarie del 2005 per evitare che delle liste stesse i concorrenti di Veltroni si servano ora, inviando propaganda elettorale in vista delle primarie d'ottobre. Meno ovvia di questa è l'illazione numero due: secondo la quale il Ds Sposetti, custode della contabilità di partito - finanziaria e altro - non ha nessuna voglia di rivelare al colto e all'inclita i nomi dei quattro milioni d'ulivisti che due anni or sono designarono Prodi per il semplice motivo che i quattro milioni non ci sono mai stati e non ci sono.
Quand'anche così fosse non c'imbastirei una polemica moralistica. Finché i trucchi (con cifre gonfiate anche a dismisura) avvengono all'interno d'uno stesso partito, per chi a quel partito non appartiene c'è materia di divertimento più che di indignazione: con l'osservazione aggiuntiva, tuttavia, che quei quattro milioni di consensi su scala nazionale furono il propellente della candidatura di Prodi, e dei vaticini sul suo napoleonico trionfo. Se adesso il bluff diventa evidente - e per iniziativa degli alleati - questo aiuta a capire tante cose.
Mario Cervi