Quegli spettacoli che non meritano il finanziamento

Rino Maenza *

Fus ca fus la volta bona! Eh sì, varrebbe proprio la pena di utilizzare questo ennesimo momento critico del Fus (Fondo unico per lo spettacolo) per impegnarsi finalmente in una radicale riflessione sulla sua ragion d’essere.
Intanto va riconosciuta, oltre alla buona volontà, una certa superficialità e confusione al legislatore che creò il Fus, accorpando in un unico calderone finanziario i diversi generi di spettacoli che beneficiavano di un contributo statale, prescindendo dalle rispettive peculiarità artistiche, sociali, e industriali.
In quel momento storico dell’Italia da bere (eravamo nel 1985) la preoccupazione della politica era garantire in qualche modo la continuità del finanziamento dello Stato alle diverse espressioni dello spettacolo dal vivo, che era anche il tentativo di mettere ordine in un sistema fin allora troppo spontaneistico e casuale di finanziare tutti i generi di spettacolo a prescindere.
Parliamo di vent’anni, di un’altra era, di una dimensione talmente lontana dalla realtà odierna che politicamente e culturalmente e socialmente sembra preistoria. Mi pare doveroso auspicare che finalmente il Fus si divida in 6 fondi distinti tra di loro, con rispettivi e peculiari criteri di governo per ciascuno di essi, a seconda delle peculiarità del tipo di spettacolo e del relativo valore artistico e culturale.
Non mi appassiona la guerra tra i diversi generi, come sta accadendo in questi giorni, anzi rivendico il diritto e dovere di chi ha la responsabilità di governo di mettere in opera criteri di valutazione sul finanziamento pubblico settore per settore, prodotto per prodotto. È tempo di stabilire quali attività di spettacolo sono degne di un sostegno finanziario pubblico e quali invece, per le loro caratteristiche di intrattenimento consumistico, devono fare i conti con l’economia di mercato.
Fin dai tempi di Mecenate la cultura e le arti hanno sempre avuto bisogno, per esprimersi e svilupparsi, appunto di un mecenate ovvero di un dominus. Ed è grazie a questa protezione che ad oggi ci sono arrivati i monumenti, le opere d’arte, la letteratura, la poesia, la musica, la scienza, i pensieri che rappresentano il nostro patrimonio culturale. Potremmo convenire sul fatto che il presidente Berlusconi non ha detto una bestemmia né tanto meno ha fatto una dichiarazione di lesa maestà all’arte se ha messo sotto accusa gli sprechi della Scala, naturalmente in considerazione dei risultati prodotti da quelle grandi risorse umane e finanziarie disponibili.
Per rimanere nell’ambito delle istituzioni lirico-sinfoniche, l'esempio scaligero è la punta dell’iceberg di un sistema istituzionale (dato dagli ex-enti lirici, oggi fondazioni) in cui gli sprechi, le grandeur, una certa logica autoreferenziale di consumi de luxe, sono oggettivamente una realtà a cui si è guardato sempre con una certa distrazione perché comunque ci avrebbe sempre pensato Pantalone. Oggi la coperta è diventata troppo corta per consentire a chiunque, dal ministro per i Beni culturali ai sovrintendenti e ai consigli di amministrazione degli enti, di non porre con urgenza all’ordine del giorno questi argomenti per una riconsiderazione globale della governance delle istituzioni lirico-sinfoniche, a partire dai vincoli posti dalle diverse leggi a cui devono fare riferimento le fondazioni, prima fra tutte la stabilità occupazionale.
È finita la bella stagione in cui si poteva cantare allegramente o Stato, pensaci tu.... Certo, lo Stato dovrà continuare a pensarci, perché questo vuol dire civiltà. Ma è forse arrivato il momento di considerare i finanziamenti alle arti e alle attività culturali non già come un costo bensì come una risorsa disponibile per lo sviluppo di beni e servizi di primaria importanza per il progresso della nostra comunità.
* vice presidente della Fondazione Teatro comunale di Bologna